Rassegna storica del Risorgimento
TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
anno
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1989
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pagina
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370
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370 Alessandro Galante Garrone
Ecco perché l'illuminare questo volto finora ignoto o malnoto ci aiuta a meglio conoscere anche l'altro volto, quello tradizionale, già consegnato alla storia delle grandi ore della Torino risorgimentale, la Torino di Carlo Alberto, di Massimo d'Azeglio, del giovane Cavour e di Brofferio, fino all'alba del '48. Sano due volti vicinissimi l'imo all'altro, ma che non si guardano ancora, non si conoscono, anche se l'uno non può non risentire dell'altro. Vicinissimi, come il malfamato vicolo della casa Gam-barana è a due soli passi dal caffè del Cambio; come il Palazzo di Città è attorniato da viuzze immonde; come i quartieri putridi di Van-chiglia, di Borgo Dora, o le catapecchie del borgo Moschino sulle rive dei Po, dove ora sono i Murazzi, sorgono a poca distanza dai lussuosi portici, dalle piazze, dai monumenti e dai caffè del centro e da Palazzo Reale.
Tutta la città è imbruttita e ammorbata dal vecchiume e dal lezzo. La descrizione che ce ne dà Levra è giustamente impietosa. Egli ha ben presenti taluni aspetti degradati di altre grandi capitali europee, come Parigi e Londra. Sarebbe stato forse utile un confronto anche con la vicina Milano, assai più ricca socialmente, economicamente e culturalmente. Capitale dell'età napoleonica, la città cara a Stendhal; il quale nostalgicamente, rimpiangeva della capitale lombarda perfino l'odor di letame, che non molto tempo prima aveva nauseato e indignato Parini. Comunque, la visione che l'autore ci offre di questa Torino diseredata è inesorabile, senza veli pudibondi, senza forzature sentimentali: una visione realistica, che al di là degli aspetti urbanistici sviscera le pieghe e le piaghe anche più brutte e vergognose, con un senso di pietà rattenuta, di pensosa umanità. Il giudizio che complessivamente si dà in questo libro delle condizioni di questi strati più depressi della popolazione torinese mi pare ineccepibile: non ci si trova assolutamente di fronte alla situazione angosciosa e torbida e minacciosa delle città che hanno già conosciuto gli effetti sconvolgenti e devastanti della rivoluzione industriale. La Torino della Restaurazione è ancora ben lontana dai livelli di inquietudine sociale, al limite della rivolta proletaria, di alcune città inglesi al primo impatto con la rivoluzione industriale, o di una città come Lione; essa è ancora avvinta ai ritmi sonnolenti di una società agraria, senza i sussulti e le violente rivendicazioni di un proletariato emergente.
Levra insiste a ragione sull'importanza della svolta impressa alla vita sociale della capitale come del resto a tutti gli altri aspetti culturali, istituzionali, economici dall'avvento di Carlo Alberto all'inizio degli anni Trenta; e nello stesso tempo scorge bene 1 limiti di rigida conservazione e spesso di ottuso e bigotto misoneismo entro cui si mantiene questa spinta riformatrice. Da ciò deriva, in tutti gli aspetti innovatori introdotti dalla politica carloalbertina, una costante compresenza di vecchio e di nuovo, di gretto conservatorismo, a volte rabbiosamente reazionario (che riusciva insopportabile all'indocile spirito di Camillo Cavour), e insieme di indubbie aperture. Tutto ciò appare evidente nella linea di governo adottata nei confronti dei due più gravi aspetti della prostrazione sociale in cui si dibattevano gli strati più diseredati della popolazione torinese: la miseria e la devianza. Il primo dei due problemi è quello della mendicità, la piaga degli strati più umili in lotta con i bisogni più elementari,