Rassegna storica del Risorgimento

TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
anno <1989>   pagina <371>
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La Torino della restaurazione
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al limite della sussistenza fìsica. Di qui l'assedio degli accattoni, la mancanza di condizioni igieniche, il terrore del colera (più temibile di ogni altro, quello del 1835, che fa strage nei quartieri più poveri e malsani), l'alta mortalità, l'infanzia abbandonata, la fame più cruda. Il secondo problema, quello della diffusa criminalità, si connette inevitabilmente al primo, e con esso si confonde: oltre all'accattonaggio, i furtarelli e le bande di malviventi, le cosiddette coche (più temibile di tutti, la coca del Moschino), le grassazioni cioè le rapine da parte di masnade che si annidavano nelle colline circostanti, oltre il Po; senza contare la piaga della prostituzione, delle truffe, dei giochi d'azzardo. Anche qui, in questo campo della microcriminalità, il vecchio si mescola al nuovo. Si rinnovano e si ammodernano, entro limiti rigorosi, taluni istituti, come il vecchio Vicariato di polizia, che durerà fino al 1847, o i codici per la nuova configurazione dei reati, e della repressione giudiziaria, ma senza decam­pare dalle vecchie usanze.
Una parte che qui è appena sfiorata è quella del forte sospetto politico, che si acuisce nei momenti in cui si paventano le mene dei cospiratori sotto la suggestione di minacce rivoluzionarie provenienti dal­l'estero, come all'indomani della rivoluzione di luglio del 1830 quando sono presi di mira i merciaiuoli ambulanti arrestati con libri o stampe perniciose , e puniti con istruzioni poliziesche, tenute rigorosamente segrete per mezzo del cosiddetto castigo economico di 15 o 30 colpi di cinghia, bretella, frusta o bastone. Alla base di queste istruzioni c'è il convincimento che l'idea di queste corporali punizioni sarà per essere il miglior freno ai vagabondi che osano spargere i semi della sovversione politica. Sono tutti segni di un mondo antiquato, immobile, anche per quel che riguarda il costume familiare, ancora solidamente ancorato al pilastro della autorità maritale. Gustoso, a questo proposito, è l'esposto di un marito che, forte dei suoi diritti, espone all'autorità di polizia la necessità di una bastonifera punizione dovuta in quel momento alla moglie errabonda e forse fedigrafa. Un fatto è certo: a quel piccolo mondo antiquato e prostrato ben poco importava delle trame rivoluzionarie e, più tardi, della concessione dello Statuto o della spedizione di Garibaldi in Sicilia.
Ma qualcosa, tuttavia, di anno in anno, e specialmente dopo che Carlo Alberto era salito al trono, era maturato nel travaglio delle istituzioni pubbliche e private, e nella sensibilità della gente. Lo si vede assai bene nell'ampio racconto che Levra ci dà della trasformazione degli ospedali a Torino: una delle parti più interessanti e nuove del libro. Prima di queste riforme, era diffusa nel popolino l'idea che negli ospedali si andasse solo per morire, non per farsi guarire. Anche e soprattutto in questo campo, la svolta si ha solo con gli anni Trenta, e si può dire che abbia inizio con l'improvvisa ispezione che il nuovo re, Carlo Alberto, fa il 10 settembre del 1831 all'Ospedale di San Giovanni: una visita inaspettata che mette a soqquadro le pigre abitudini del passato, e dà l'avvio ai nuovi metodi ospedalieri basati sulla necessità di distinguere il puro ricovero dei vecchi e degli indigenti dall'apprestamento di interventi chirurgici e delle cure mediche. Emerge assai bene da queste pagine la fisionomia di istituti assai diversi tra loro, come l'Ospedale Maggiore di San Giovanni,