Rassegna storica del Risorgimento

TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
anno <1989>   pagina <378>
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Libri e periodici
consegnato alla storia ed all'oleografia del liberalismo risorgimentale, l'altra attenta ad eventi determinati e determinanti per quell7/cr e per quelle esperienze, il ciclone Rossini che: li investe e li travolge proprio alla fine del per tanti versi fatale anno il 815, il 1809, T anno di Wagram, che viceversa li aveva enfatizzati grazie alla breve perma~ nenza del Nostro quale poeta del teatro di San Carlo, sotto la protezione di un dilettante di genio ed intellettuale di ottimo gusto come il Capecelatro arcivescovo di Taranto e ministro dell'Interno, donde un paio di composizioni d'una certa importanza, Giulio Sabino e Annibale in Capita, nell'intervallo tra ì'excelsior classicistico (marzo 1808) de I Pittagorici di Monti e Paisiello ed il ritorno in forze, nel maggio 1809, della sempre temibile, e che minacciava di diventare irresistibile, coppia Metastasio-Mozart con La clemenza di Tito.
Cosi non fu, com'è noto, e Rossini, lo ripetiamo, avrebbe fatto ben presto piazza pulita dei superstiti vagheggiamenti patriottici e melodrammatici, con al centro il ritorno ad un Pergolesi di maniera, ai quali indulgeva il suo peraltro buon amico personale Rossetti.
Il quale dunque prende parte in ruolo interessante, inedito, ma, tutto sommato, marginale e secondario, alla vita musicale del decennio francese che è merito dell'A. aver ricomposto a fondo nelle sue mille sfaccettature, ben al di là del modesto e sfortunato verseggiatore di Vasto, ed in meditabile chiaroscuro, con tutte le sue incoerenze e contraddizioni, alla plumbea uniformità che contraddistingue all'epoca l'attività letteraria a Napoli, la glaciazione classicistica di cui parla pungentemente l'A.
Anche Mozart, Monti, Canova, imposti più o meno d'imperio da Giuseppe Bonaparte, il re filosofo di cui l'A. traccia un fine e godibilissimo ritratto, sono classici, ma con ben altra carica innovativa e dirompente rispetto ad un Paisiello ridotto ormai l'ombra di se stesso ed alla pleiade di mestieranti che gli fanno contorno, prima che la spregiudicatezza imprenditoriale di Domenico Barbaja, un prodotto inconfondibile del clima rampante napoleonico, riapra nuovamente per Napoli il discorso con l'Europa, a cominciare dai cantanti, ma non solo da loro.
L'affannosa scomparsa del Cimarosa giacobino coincide infatti, allo schiudersi dell'Ottocento, con una eclissi autentica del San Carlo, dalla quale solo Giuseppe e Gioacchino lo avrebbero sollevato, fino ai fastigi esteriori e monumentali della bella facciata di Antonio Niccolini.
L'A. segue minutamente gli anni della depressione e quelli della rinascita interrotta* intorno all'episodio Manfroce, un'apertura sempre più consapevole alla com­plessità strumentale della musica alemanna , a partire da Mozart, sul quale pure sì addensavano ambiguità ed equivoci che avrebbero condotto ad un ostracismo significa­tivo più che ventennale, fino, nemmeno a dirlo, alla primavera del giovane Ferdi­nando II, che è però anche quella della Lucia donizettiana.
Una bella e ricca pagina di cultura e di costume, insomma, della quale ringraziamo l'A. per averla scrìtta con una verve che accresce la soddisfazione per le molte cose che s'imparano, e che inducono a riflettere.
RAFFAELE COLAPIETRA
MARCO MERIGGI, // Regno Lombardo-Veneto (Storia d'Italia diretta da G. GALASSO, XVlII/2); Torino, Utct, 1987, in 8", pp. 400. S.p.
Oggetto di particolareggiate analisi condotte dal punto di vista sociale, la storia del Lombardo-Veneto s'era Inoltre arricchito recentemente tramite un'innovativa rico­struzione delle dinamiche istituzionali prequarantottesche, dovuta al medesimo autore