Rassegna storica del Risorgimento
TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
anno
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1989
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pagina
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384
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lo descrive con grande capacità di introspezione psicologica, presentandoci attraverso l'analisi della sua attività e dei suoi scritti, un singolare fallito , non privo però di una sua tragica dignità che ancora oggi lo fa degno della nostra attenzione.
Del periodo passato da Vuliòevié in seno alla Chiesa valdese, lo storico Giorgio Spini nella sua recensione apparsa sulla rivista Protestantesimo, scrive che egli talvolta riecheggiava il Cantico delle Creature francescano; altre volte rinnovava polemiche libertarie contro ogni istituzionalismo ecclesiastico e contro ogni teologia; altre volte si sprofondava in una meditazione dell'Ecclesiaste, dalle vibrazioni patetiche tipicamente slave.
Questo il Vulicevié uomo religioso, tormentato, adogmatico, continuamente in odore di eresia. Ma esiste anche un altro Vuliòevié, il patriota, lo scrittore polemico, impegnato nella diatriba politico-nazionale che negli anni settanta del secolo scorso s'era accesa nel Litorale adriatico tra Italiani e Slavi.
Allontanatosi, alla fine degli anni sessanta dalla Chiesa cattolica, il Vulicevié si trasferì a Pola, dove cominciò a pubblicare un quindicinale // Pensiero. Periodico del popolo istriano. In esso mosse guerra con poca diplomazia e con grande sicurezza di essere nel giusto a difesa dei poveri, del ceto operaio e contadino, alle classi privilegiate, alla burocrazia e al clero. Animato da ideali mazziniani, convinto della necessità della fratellanza dei popoli, egli non esitò ad attaccare lo stesso vescovo di Parenzo e Pola, mons. Juraj Dobrila, il quale, in un momento in cui l'Italia era vista come la principale nemica del papato, aveva ritenuto opportuno esortare i propri fedeli a tenersi lungi da ciò che può essere italiano . La polemica tra papato e regno d'Italia veniva così strumentalizzata ed inserita nell'ambito del conflitto etnico che infuriava tra Italiani e Croati in Istria. Cosa, questa, che suscitò vibrate proteste del Vuliòevié, il quale non esitò ad invitare il vescovo a tenere la politica estranea alla predicazione affinché non si profani il Vangelo .
Con ogni probabilità, questo scritto sostiene il Tamborra convinse la polizia austriaca delle simpatie filoitaliane del Vuliòevié. E in parte essa aveva ragione, poiché il Dalmata considerò per tutta la vita l'Italia come la sua seconda patria. Tale sentimento filiale però non gli impedì di denunciare quegli Italiani della costa orientale dell'Adriatico che pretendevano di mantenere la propria tradizionale supremazia sociale ed economica sugli Slavi. Vuliòevié condannò tale atteggiamento in maniera esplicita e a tratti violenta (ma il suo era il tempo di passioni esacerbate) nello scritto Partiti e lotte in Dalmazia (Trieste, 1875). In esso prese posizione a favore del partito annessionista, filocroato, polemizzando con gli autonomisti, amici dell'Italia. E con la stessa determinazione reagì anche, due anni più tardi ad un saggio del sacerdote friulano Iacopo Cavalli, che nella sua Storia di Trieste raccontata ai giovanetti presentò il passato della città adriatica secondo l'uso di allora (e non solo di allora) e cioè ignorando completamente la presenza in essa ed intorno ad essa, di Sloveni e Croati. Nell'opuscolo Slavi e Italiani dal Judri al Quar-nero il Vulicevié ribadisce invece con molta foga e con poca eleganza di stile che nella provincia del Litorale non sono solo gli Italiani che hanno diritto di vivere e progredire nazionalmente, perché la maggioranza slava al suo non ha ancora rinunziato .
Per quanto il suo dire sia pieno di un afflato nazionale ancora romantico, dettato dalla fede nella reciprocità slava e nella intima parentela dei diversi popoli di questa grande famiglia sentimento che però a differenza di Tamborra esiterei a definire panslavista nel pensiero di Vulicevié c'è spazio anche per gli altri, per i diversi. La minoranza italiana dal Judri al Quaraero, scrive, ha diritto di vivere italianamente e italianamente deve progredire , Essa ha tuttavia dei doveri ben precisi e sono di riguardare e rispettare i diritti della maggioranza slava e di quella parte eh'e tedesca.
Parole e concetti di tolleranza, di reciproco rispetto ben poco attuali in un momento in cui si stava scatenando in Europa la tempesta del nazionalismo più esclusivo e feroce, e che solo noi posteri, forti dell'esperienza di due guerre mondiali e di lutti immani dovuti allo scatenarsi di odi etnici, sappiamo forse Intendere nella loro profonda e umanissima saggezza. Parole che dimostrano come il Vuliòevié più che uomo politico o giornalista,