Rassegna storica del Risorgimento
TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
anno
<
1989
>
pagina
<
385
>
Libri e periodici
385
capace di cogliere, interpretare e descrivere gli umori del tempo, fosse alla fin fine e soprat tutto un predicatore una voce nel deserto che tuttavia è ancora capace di offrirci spunti di riflessione e di insegnamento.
GIUSEPPE PIRJEVEC
GABRIELE ROSSETTI, Carteggi, voi. II {1826-1831), a cura di P. R. HORNE, TOBIA R. TOSCANO, J. R. WOODHOUSE; Napoli, Loffredo, 1988, in 8, pp. XXXII-703. L. 80.000.
Estremamente scarna la vicenda esteriore di questo quinquennio, compreso tra l'indomani della pubblicazione del primo volume del Contento analitico, a cui nel novembre 1827 sarebbe seguito il secondo, e la vigilia dello Spirito antipapale preceduto di qualche mese {giugno 1831) dalla nomina al King's College, con in mezzo le nozze con Maria Francesca Polidori, nell'aprile 1826, e la nascita dei quattro figli.
Questa semplicissima cronaca è peraltro riempita da un elemento culturale del maggior spessore e interesse, la corrispondenza con Charles Lyell, l'eminente geologo scozzese e più che distinto cultore delle lettere italiane, la quale, già fatta parzialmente conoscere in occasione delle manifestazioni centenarie, viene ora riproposta integralmente dai due curatori inglesi come pars magna del volume, accuratamente integrato, introdotto ed annotato dal Toscano.
Lyell è l'interlocutore congeniale ed autorevole di Rossetti negli sfoghi sentimentali, nelle fantasticherie erudite e nei risentimenti polemici che si suscitano in lui per le punture e le stroncature di Charles Brunt e di Antonio Panizzi, per il torbido chiaroscuro concorrenziale col Foscolo, ma forse soprattutto per l'amarezza, umanamente più che comprensibile, ed assai dolorosamente vìssuta e sofferta dal Nostro, di aver intravisto una nuova verità, un nuovo mondo (frequente è il parallelo di se stesso con Colombo e Galileo) e di non riuscire a persuaderne gli increduli e schernevoli lettori.
Scorrendo queste interminabili pagine di Rossetti, si ha davvero la sensazione tangibile, palpabile, di che cosa sia la non poesia teorizzata da Croce e da lui applicata proprio a Dante con un rigore che ha provocato una alzata di scudi pressoché unanime nella critica dei decenni successivi.
E tuttavia la cecità, l'ottusità del verseggiatore Rossetti dinanzi ai poeti Dante e Petrarca, la sua ossessione inquisitoriale nello smascherarne il linguaggio settario senza la minima commozione per i tesori d'arte che gli si dispiegano dinanzi, tutto ciò, ben al di là della struttura teologica o linguistica che sia, non si può che qualificare non poesia e non può non far riflettere a fondo su una componente importante della cultura italiana dell'Ottocento.
Che è, naturalménte, con tutte le sue ascendenze massoniche, giacobine e carbonare, la cultura e quella che crocianamente si chiamerebbe la mentalità settaria, chiusa del tutto all'intendimento lirico ed a quello storico (Foscolo) della poesia, ma straordinariamente attenta a cogliere legami, riflessi, anticipazioni, che spesso ci sono veramente, che fanno parte del linguaggio ermetico e di quello cortigiano, ma che qui si enfatizzano fino a costituire la mostruosa macchina millenaria dell'empietà e del materialismo, di cui Dante è uno dei principali campioni.
A Lyell, che a sua volta gli suggeriva l'identificazione del Veltro con Lutero, fi nostro confida di volta in volta la finalità esclusivamente politica della Commedia, l'uso che deve farsi della Vita nova come sua chiave, l'apparizione di Beatrice quale