Rassegna storica del Risorgimento
TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
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1989
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pagina
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396
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596 Libri e periodici
Museo Egìzio, che sistemò e arricchì di molti reperti pregevoli. Maestro venerabile della Loggia massonica D. Alighieri, entrò a far parte della Giunta del Grande Oriente ed ebbe i più alti gradi del Rito scozzese. Mantenne sempre, tuttavia, stretti contatti con la Massoneria umbra, che cercò costantemente di tenere unita al di là delle divergenze personali e politiche.
Dopo molte candidature infruttuose, nel 1576 fu eletto finalmente deputato con il sostegno dei democratici perugini e dello stesso Francesco Crispi; nel 1889 fu nominato senatore. Morì nel 1894 e il rettore dell'ateneo torinese Arturo Graf lo commemorò con queste belle parole: Visse da saggio in tempi di grande corruzione . La libertà e la tolleranza furono in effetti i pilastri del suo pensiero e della sua azione, mirante sempre a sostenere una riforma profonda, ancorché graduale, dell'apparato amministrativo e finanziario dello Stato, oltre ad una regolamentazione definitiva e soddisfacente dei rapporti tra quest'ultimo e la chiesa cattolica.
Il saggio di Furiozzi è corredato da molti documenti d'archivio che attestano l'ampiezza delle relazioni intrattenute dal Fabretti in Italia e all'estero. Vi figurano, tra le altre, lettere di Quintino Sella, Terenzio Mamiani, Francesco Crispi, Michele Coppino, Giuseppe Mazzoni, Adriano Lemmi e Giuseppe Zanardelli. L'A. auspica opportunamente che questa figura importante del Risorgimento umbro e nazionale venga maggiormente studiata, sia sotto il profilo culturale che politico, e i suoi scritti, sparsi in vari archivi italiani, raccolti e pubblicati in una edizione il più possibile completa.
SERGIO ANGELELLA
Gli inconciliabili eroi. Lettere di Mazzini e Garibaldi a Vetroni, a cura di A. MARIA ISASTIA e GIULIO PETRONI. Prefazione di Giovanni Spadolini (Le radici. Collana di storia e saggistica); Roma, Dalia, 1987, in 8, pp. 155. L. 22.000.
Giuseppe Petroni, uomo dello stato maggiore repubblicano, la cui militanza a Roma fu legittimata da diciassette anni di dura segregazione nel carcere di San Michele, è l'interlocutore muto di questa breve raccolta epistolare, che racchiude, le ime di seguito alle altre, le lettere di Mazzini e di Garibaldi indirizzate a lui e alla sua famiglia. Più numeroso, il carteggio del primo contiene maggiori elementi di interesse. Se si eccettuano la missiva iniziale del 3 agosto 1853, e le tre successive, del 1864 e 1865, ricevute da Petroni durante la sua reclusione, il resto della corrispondenza appartiene all'ultimo attivissimo biennio di vita di Mazzini. Sono indicazioni, esortazioni, giudizi che formano, in parte, un piccolo testamento politico dell'ormai canuto e sofferente, ma ancora pieno di energie, apostolo dell'unità. Il loro significato si accresce considerando la rinnovata importanza del destinatario in quei mesi. Petroni, infatti, terminata la prigionia il 21 settembre 1870, il giorno dopo la breccia di Porta Pia, aveva conservato inviolate volontà e fede repubblicana, recuperando immediatamente il suo posto nell'ambiente romano. Roma, dunque, torna ad essere nell'ultimo Mazzini, quasi disperatamente, al centro di ogni sua preoccupazione ed è la vera protagonista di queste lettere. L'impostazione e la stesura dell'ultimo foglio mazziniano, La Roma del Popolo, direttore Petroni, e il tentativo di riorganizzare nella città le fila del movimento sono i temi trattati con più insistenza. Tra le righe si avverte, inoltre, la premura di lanciare, dalla tribuna capitolina appunto, singolare avallo morale, la scomunica verso l'Internazionale e la Comune, Bakunin e il materialismo.
Mazzini ben comprendeva, infatti, che Roma, appena occupata dalla monarchia, era un mito destituito per il repubblicanesimo, un vuoto irreparabile da colmare in fretta. In questa ormai improponibile contesa, si innestano, talvolta, sconsolati ed amari accenni a Garibaldi. Egli non avrebbe appoggiato l'Internazionale, scrive ad esempio Mazzini, con doloroso sarcasmo, s'io avessi scritto a favore (p. 116). La distanza tra i due giganti della nostra democrazia risorgimentale appare, quindi, malinconicamente confermata nella loro