Rassegna storica del Risorgimento
TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
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1989
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Libri e periodici
pacificazione nazionale avviata da Bonaparte Primo Console, non troverà nulla di più suggestivo ed evocativo delle pagine balzacchiane.
Personaggio emblematico di un'epoca di transizione tra il vecchio ed il nuovo, tra il Mezzogiorno borbonico e l'Italia liberale, Guglielmo De Cesare visse tutte le contraddizioni del suo tempo. Dal '60 in poi egli costituì quasi la personificazione della più rigida e tenace intransigenza cattolica e legittimista. Ma questo, per De Cesare come per tanti uomini della sua generazione, rappresentò un punto d'arrivo, non di partenza. De Cesare si era infatti intellettualmente e spiritualmente formato nel clima del cattolicesimo romantico dell'età della Restaurazione, poi rinnovato e rinvigorito da un robusto influsso giobertiano e neoguelfo. Di modo che solo a posteriori può apparire singolare e contradittoria la sua partecipazione nel 1848 al Circolo costituzionale di Avellino (di cui era presidente Pietro Ulloa, il futuro primo ministro di Francesco II nell'esilio romano!) ed il suo adoperarsi a favore della Crociata italica contro gli austriaci. Il momento di rottura si verificò con la fallita insurrezione del 15 maggio 1848. Fu allora, infatti, dissoltasi l'illusione neoguelfa, ad imporsi una scelta netta e precisa: o con il re e con il papa, o con la rivoluzione. Per De Cesare, come per il suo amico Pietro Ulloa, allora procuratore del re ad Avellino, la scelta fu sofferta ma decisa, e fu quella della causa del trono e dell'altare, della legittimità e della tradizione. Fu questo un ripiegamento istintivo e naturale da parte di quei borbonici moderati e costituzionalisti, come De Cesare ed Ulloa, di fronte al radicali zzarsi dello scontro politico-sociale, al montare dello spettro dell'anarchia e del socialismo, al dilagare del razionalismo anticristiano. E v'era poi anche, in essi, la consapevolezza che la monarchia borbonica costituiva l'ultimo baluardo a difesa della secolare autonomia politica del Mezzogiorno, ormai chiaramente minacciato di essere fagocitato dal processo unitario egemonizzato dal Piemonte sabaudo.
Sul De Cesare influirono poi, ed in maniera determinante, i problemi e le tensioni interne alla comunità monastica di Montevergine. Con la soppressione napoleonica del 1807, l'antica Congregazione Verginiana aveva ricevuto un colpo mortale, né la restaurazione borbonica del 1815 era valsa ad infonderle vita nuova. La morte dell'abate Morales, nel 1846, che aveva a lungo retto con sagacia e prudenza le sorti dell'abbazia, segnò di fatto la fine della lunga fase di assestamento e di lento recupero conosciuta da Montevergine negli ultimi decenni. -Il ritorno all'elezione triennale dell'abate da parte del Capitolo monastico determinò l'avvento di uomini, metodi ed idee nuove alla guida dell'abbazia. Insorsero lotte di potere e dissensi personali, spesso assai aspri, che nel clima arroventato del momento storico finirono con l'assumere connotati politici. Dopo le elezioni abbaziali del 1853 e del 1856, che furono dominate da vergognose transazioni e patti simoniaci, la S. Sede si vide costretta, in occasione dell'elezione del maggio 1859, ad inviare a presiedere il Capitolo monastico il card. Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli. Questi riuscì, grazie al peso della sua autorità, a far convergere sul nome di Guglielmo De Cesare anche ì suffragi della fazione più riottosa alla disciplina monastica ed al lealismo borbonico. L'elezione del nuovo abate, pilotata ed imposta dall'alto, valse però subito, rotto il forzato e fittizio unanimismo iniziale, a portare all'esplosione virulenta di lotte e di contrasti, acerbi e velenosi, maturati per lunghi anni nei silenzio del chiostro.
Tra gli elementi più insofferenti al rigorismo disciplinare imposto dal De Cesare emergeva prepotentemente Celestino De Liguori, attendibile politico dal 1848, già vicario generale della diocesi nullius di Montevergine (incarico da cui era stato destituito per espressa volontà di Ferdinando .11), e recente competitore del De Cesare alla dignità abbaziale. Fu appunto il De Liguori ad innescare il processo degenerativo che, in meno di un anno, avrebbe prodotto una crisi gravissima nella comunità monastica e messo a dura prova l'esistenza stessa dell'abbazia, proprio mentre maturavano eventi decisivi che avrebbero portato alla caduta della dinastia borbonica ed all'annessione del Mezzogiorno al regno d'Italia. Già nel settembre del 1859 il De Liguori giunse ad assalire e percuotere nelle sue stanze l'abate De Cesare, tentando di precipitarlo nei burroni sottostanti il santuario di Montevergine. La notte dell'8 maggio 1860, a sua volta, De Cesare fece intervenire nell'abbazia di Loreto la gendarmeria borbonica, che tradusse a Napoli in