Rassegna storica del Risorgimento
TORINO STORIA SOCIALE 1814-1848
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1989
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399
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Libri e periodici 399
stato di arresto, per essere poi confinati a Ventotene, i capi del partito liberale, cioè il De Liguort, il defìnitore generale Normandia, l'amministratore Indelli ed il cancelliere della curia abbaziale Fraia. L'eco della clamorosa operazione di polizia fu vastissima, ma essa era destinata ad essere ben presto eclissata da avvenimenti ben altrimenti decisivi; pochi giorni più tardi, l'il maggio, Garibaldi sbarcava infatti in Sicilia. Il destino del regime borbonico appariva ormai segnato, e l'audacia dei nemici, politici e personali, dell'abate si accrebbe a dismisura. Il 3 giugno, infatti, De Cesare rimase vittima, ned pressi del santuario, di un feroce attentato, i cui esecutori materiali restano controversi, ma che ha mandanti e motivazioni più che espliciti. Trasportato gravemente ferito a Loreto, De Cesare riuscì tuttavia a sfuggire alla morte. Appena parzialmente ristabilito si rifugiò a Napoli, dove per ben due volte scampò a stento alla furia del De Liguori, che gli dava la caccia per ucciderlo, ed ai primi di settembre fu infine costretto a riparare a Roma per evitare l'arresto, giacché il nuovo regime l'accusava di essere tra i più attivi promotori della reazione borbonica. A queste accuse fornì nuovi spunti lo stesso abate per le funzioni di consigliere politico {ed a quanto pare dei più immoderati) e non soltanto spirituale che egli assunse presso la corte in esilio di Francesco II. La pubblicistica liberale sostenne addirittura che De Cesare sarebbe stato il cassiere dei finanziamenti alle bande dei partigiani legittimisti, ma tale sua funzione non risulta attestata da alcun riscontro documentario.
L'esilio dell'abate De Cesare sarebbe durato sino al 1872. Gravemente colpita dalle soppressioni del 1861 e del 1867, l'abbazia di Montevergine riuscì a sopravvivere come organismo monastico solo grazie all'unione con la Congregazione Sublacense. L'unione, condotta a termine nel 1879 dopo trattative lunghe e complesse, costituì il duraturo coronamento del lungo ma tormentatissimo governo abbaziale di Guglielmo De Cesare.
Si giunge infine al tragico epilogo della vita del De Cesare, così marcatamente segnata dalla morte. La sera del 17 gennaio 1884 l'abate è infatti ferocemente assassinato nel suo letto con ben 59 coltellate dal suo cameriere Ferdinando Vajo. L'efferato delitto ha per teatro l'appartamento romano del De Cesare, in via della Purificazione. Se per i precedenti tentati omicidi è chiaro il movente, mentre controversi ne sono gli esecutori, in questo caso accade l'inverso. L'assassino è infatti palese e dichiarato, e persino, alla fine, anche confesso: il Vaio, appunto. Ma questa volta assai meno chiaro risulta il movente. Con grande scrupolo filologico ed acuta penetrazione psicologica Pionati ricostruisce i complessi elementi del mosaico, avvalendosi degli atti processuali e delle cronache giornalistiche del tempo. Tra i possibili moventi esclude fondatamente quello del furto, che pure, quanto mai semplicisticamente, sarà fatto proprio dalla Corte d'Assise: non si uccide un uomo con quella furia selvaggia per poche centinaia di lire e qualche pacco di zucchero e dì caffè (furto peraltro che si sarebbe potuto tranquillamente e sicuramente consumare senza spargere sangue). Rimangono pertanto due ipotesi, quella della follia omicida e quella del complotto politico. A sostegno di quest'ultima tesi, appena accennata nell'istruttoria del giudice Natali, non vi sono però prove certe e neppure indizi di una qualche consistenza. E risulta soprattutto difficile poter istituire un collegamento diretto tra i tentati omicidi del 1859-60 e quello, purtroppo riuscito, del 1884. Rimane l'ipotesi del raptus omicida, che spiega l'inesistenza del movente, almeno a livello razionale, le modalità efferate dell'omicidio, il comportamento assurdo del Vajo dopo il delitto. 11 vero problema, a questo punto, è costituito dall'enigmatica personalità del Vajo, su cui né l'istruttoria né 11 dibattimento si preoccuparono di fare luce, tantomeno disponendo un'Indispensabile quanto ovvia perizia psichiatrica. Qualche elemento purtuttavia affiora. L'anziano ex pasticciere napoletano, già fedelissimo ed irreprensibile servitore per sette anni dell'abate, è in realtà un fanatico religioso dal misticismo esaltato e deviato, che ad un certo punto, improvvisamente, stando alle sue dichiarazioni, comincia a vedere nel De Cesare l'immagine stessa del demonio. È questo il frutto, autonomo ed esclusivo, dì una mente allucinata, o non piuttosto vi sono state occulte suggestioni che hanno turbato e plagiato la debole psiche del Vajo, fino a condurlo all'omicidio in uno stato di vera e propria esaltazione psicofisica? Se congiura