Rassegna storica del Risorgimento
RIFORMISMO GRANDUCATO DI TOSCANA; RIVOLUZIONE FRANCESE; STORIOG
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1989
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447
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Toscana tra Riformismo e Rivoluzione 447
Manzoni: La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859. Saggio comparativo?)
La Toscana poteva vantare un diritto di primogenitura in questa strada verso la libertà e nel rifiuto dell'oppressione, i due termini che Manzoni aveva posto in alternativa, e lo fece con forza riconducendosi agli inizi della dominazione lorenese, alle riforme della Reggenza, alla stessa etruscheria, di casa a Cortona a metà del Settecento, che sottolineava il valore del mondo etrusco e la sua influenza sulla più tarda romanità.
Al momento della Rivoluzione, dunque, la Toscana conosceva anni e anni di buon Governo, e Pietro Leopoldo poteva essere additato al mondo intero come esempio altissimo di sovrano illuminato: la Rivoluzione nel 1789, per colpa di un sovrano miope e conservatore, iniziava la strada che la Toscana aveva già percorso in venticinque anni di saggia attività ammì-nistratrice: ciò poneva al riparo da pericolosi sommovimenti rivoluzionari il Granducato che, al contrario, poteva attendere dagli avvenimenti francesi un significativo riconoscimento della propria preveggenza.
Le rivolte di Pistoia, Livorno e della stessa Firenze, seguite alla partenza di Pietro Leopoldo per Vienna, non scalfivano la sicurezza sulla solidità del modello: si trattava di problemi interni che nulla avevano a che fare con la Rivoluzione francese, di crisi congiunturali da lasciar sfogare senza perdere il controllo della situazione. In breve tempo la Reggenza e poi Ferdinando III potevano riprendere in mano le leve del potere, alternando con saggezza paterna il rigore con le concessioni tese ad alleviare gli effetti di una crisi economica che aveva le sue cause al di fuori dei confini granducali. Manfredini poteva far valere la neutralità toscana come elemento positivo per la nuova Francia e preparare il terreno ad un suo inserimento progressivo nell'equilibrio europeo senza rigetti o eccessivi contrasti. Era il fronte del progresso che si allargava: bisognava solo governarlo dall'alto della acquisita esperienza. Neppure l'esecuzione di Luigi XVI scosse particolarmente una tale fiducia: Francesco Maria Gianni vi filosofeggiava sopra imperturbabile: Ci fa orrore la tragedia di Luigi XVI, dunque diciamo ai Regi che non governino come hanno governato i re di Francia. Vediamo i disordini e le calamità di una gran nazione, dunque impariamo a non corrompere i costumi, a non depravare il popolo, e a non spargere le fortune del vizio... Io non vedo male tra gli uomini altro che quanto ne fanno gli uomini stessi. Non leggo disordini pubblici altro che quanti ne hanno generati i governi .4> Chi è causa del suo mal diceva in sostanza Gianni, pur vittima illustre dei moti fiorentini del giugno 1790 pianga se stesso e, aggiungiamo noi, vada pure alla ghigliottina! Del resto, la Francia doveva pur bruciare le tappe per raggiungere in pochi mesi i risultati ottenuti dalla Toscana in un venticinquennio.
3) GIOVANNI SPADOLINI, L'Italia e il 1789, in Nuova Antologia, a. 124 (1989), n. 2170, p. 34. Si veda -anche STEFANO GIOVANNUZZI, // saggio manzoniano sulla Rivoluzione francese, in La Rassegna della letteratura italiana, a. Vili 01988), pp. 318-339.
4) Si veda la lettera di Gianni a Giacomo Marnili, datata Pisa 4 febbraio 1793, citata da FURIO DIAZ, Francesco Maria Gianni. Dalla burocrazia alla politica sotto Pietro Leopoldo di Toscana, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966, pp. 356-357.