Rassegna storica del Risorgimento
CURATO FEDERICO; EUROPA RELAZIONI DIPLOMATICHE 1830-1859; REGNO
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1990
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Libri e periodici
nile, che propone essenzialmente modelli di attività e di vita per la realizzazione della personalità della donna.
L'interesse dello squilibrio consiste nel fatto che proprio questa seconda parte, di per sé, lo ripetiamo, così ricca di possibili retroscena sociali, culturali e psicologici, è, alla resa dei conti e pur nell'eccellenza di non pochi dei singoli contributi, scontata, prevedibile e ripetitiva, con le biografie edificanti contrapposte alle donne illustri di civile e patriottica ascendenza nella costruzione di un Pantheon ideale, di un Plutarco femminile tardo ottocentesco (Porciani), con i salotti dietro i quali dovrebbero individuarsi meglio le eminenze grigie e le ambizioni politiche che a fine secolo sostituiscono i precettori e le biblioteche di famiglia del primo Ottocento {Palazzolo: e qui pensiamo ad Elena, non già alPusuratissima Adelaide Cairoli, a donna Amalia Depretis e non soltanto all'inevitabile Emilia Peruzzi, alla contessa di Santafiora che schermcggia con la duchessa Litta, e così via), con lo svaporato mazzinianesimo della Beccari che va a finire nel più trito conformismo materno (Buttafuoco, la cui storicizzazione dì quest'ultimo è sensibile ed intelligente, ma prescinde dall'ingigantirsi di un movimento d'opinione democratico e radicale sui diritti civili che è tipico del primo Novecento e del giolittismo nella sua ala marciante ) ed ancora le fini puntualizzazioni del compianto Petrocchi su Tommaseo, del sempre sbarazzino e spregiudicato Giovanni Landucci sulle pieghe reazionarie del positivismo in materia, di Mauro Moretti un po' troppo apologetico nei confronti dell'onesto e sbiadito Villari, cose ben dette, insomma, benissimo documentate, ma che non allargano molto l'orizzonte intorno ad una Anna Maria Mozzoni che più che mai appare l'autentica, la sola dominatrice del problema femminile in Italia nel secondo Ottocento.
Faccio volentieri un'eccezione per Giorgio Bini, la cui immagine letteraria della maestra è cosi vivamente, corposamente calata nella realtà della vita vissuta da formare un drammatico e sconcertante tutt'uno, una pagina di costume, di mentalità ma anche di evoluzione sociale tormentata, che fa profondamente riflettere.
Il saggio di Bini, insomma, entra a vele spiegate nella quotidianità di una certa diffusa e caratteristica condizione femminile quale quella magistrale, distaccandosi da quelli che spesso, con le migliori intenzioni del mondo, possono irrigidirsi come stereotipi intellettualistici della Raffalovich o fantocci predicatori di Antonietta Giacomelli, a non parlare delle insopportabili dissertazioni di Costanza d'Azeglio, alle cui spalle si scorge, è vero, ài Piemonte possente e paziente di un buon paio di secoli, ma si comprende anche la distanza che lo separava spesso dall'Italia reale di metà Ottocento.
In questa Italia, viceversa, è integralmente e concretamente immersa la prima parte del volume, quella tecnico-professionale, per cosi dire, anzitutto con i suoi dati impressionanti, meno del 2 di donne nei licei e negli istituti tecnici all'alba del Novecento e meno del 5 nell'amministrazione delle poste e dei telegrafi, con lo stipendio ad un terzo di quello maschile a parità di lavoro e di qualifica (e qui, in un convegno che lealmente riconosce la pressoché totale assenza del Mezzogiorno, si sarebbe potuto ricordare, accanto al modello letterario di Matilde Serao, l'a lungo vilipeso e sempre misconosciuto Salvatore Morelli).
In quegli stessi anni le maestre erano più di 60 mila, e Bini ne ha tracciato l'accennato quadro incisivo: ma alle loro spasile permaneva l'analfabetismo femminile (Marchesini, con opportune considerazioni sul rapporto tra città e campagna e tra lettura e scrittura), lo Stato non riusciva a controllare che assai meno del 10 degli educandati, collegi e convitti, instaurando con lo strapotere ecclesiastico un armistizio non più che paternalistico e notabilare (Franchini), l'avviamento al lavoro trionfava nel merletto di Burano ma si banalizzava nel cucito e nel ricamo sulla persistente ed ossessiva prospettiva familiare (Soldani), la ginnastica e l'igiene procedono significativamente appaiate tra le molte ombre ed i mille fraintendimenti del positivismo nei suoi riflessi antropologici spesso più scolastici e schematici (Bonella).
M. A. Manacorda e Marino Ralcich forniscono le relazioni di base, il primo all'intero volume, con una cavalcata lungo un Ottocento guardato qua e là con cipiglio laicista eccessivamente aggrottato, Raicich più disteso nella forma e concentrato tematicamente sull'università, le valdesi, le russe, soprattutto le ebree, in testa tra le prime
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