Rassegna storica del Risorgimento
CURATO FEDERICO; EUROPA RELAZIONI DIPLOMATICHE 1830-1859; REGNO
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264
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264 Libri e periodici
laghi italiani (dopo il Garda e il Lago Maggiore) e il primo della penisola. Era il residuo di un. pia vasto bacino lacustre, che nel Pleistocene occupava una superficie assai più notevole, ridimensionata con la fine dell'epoca glaciale. Il primo prosciugamento fu tentato sotto l'imperatore Claudio nel il secolo d.C. ed altri progetti furono predisposti o avviati sotto Federico II, Alfonso I e poi alla fine del Cinquecento. L'impresa fu ripresa nel 1791 e quindi nel 1816, senza esito. Solo alla metà dello scorso secolo fu varata una società, di cui faceva parte il duca Alessandro Torlonia, dopo breve tempo rimasto solo nell'impresa grandiosa.
I lavori iniziarono, tra comprensibili difficoltà, nel 1854 e si conclusero nel 1870 ma lo svuotamento fu totale solo il 30 giugno 1875.
All'opera, ardimentosa e difficile, che creò anche profondi e densi problemi sociali (chi non ricorda le pagine di Silone?), è dedicato il lavoro di Raffaele Colapietra, che ripercorre, storicizzandola, la questione, senza cedere alla tentazione della cronaca, della nostalgia o della critica postuma, facile e deteriore.
Nella presentazione è sottolineata la passionalità ancora viva sull'argomento ma, a conclusione della lettura, si può rilevare come Colapietra sia riuscito ad osservare e a segnalare i significati politici e civili di un'opera, che ha aperto il Fucino alla modernità, una conquista ottenuta con sofferenze e con patimenti, ma oggi goduta da tutti gli abitanti senza discriminazioni di sorta.
VINCENZO G. PACIFICI
LORENZO BRACCESI, L'antichità aggredita. Memoria del passato e poesia del nazionalismo (L'Eredità dell'Antico, 1); Roma, L'Erma di Bretschneider, 1989, in 8, pp. 185. S.p.
È questo il contributo dà un antichista alla comprensione [delle] forme della propaganda del colonialismo in età prefascista , che si interroga sulla carica di reversibilità propagandistica e sulla tenuta delle ideologie del passato così come si presentano in Carducci, Pascoli e D'Annunzio, con circolarità di motivi va subito ricordato tra gli ultimi due.
L'autore ha presenti gli studi intorno all'utilizzazione ideologica dell'antico (di L. Canfora, M. Cagnetta, il libro fondamentale di Pietro Treves, Videa di Roma e la cultura italiana del secolo XIX, Milano-Napoli, 1962), ed egli stesso ha già affrontato il tema (in Proiezioni dell'antico, Bologna, 1982), ma in questo libro vuol limitarsi a sottolineare questo momento, 'letterariamente plateale, dell'esteriorizzazione nuda e provocatoria dei segni rapaci del passato. Momento che matura con l'alba del secolo e che certo non è da sottovalutare giacché proprio tale esteriorizzazione, seppure in forma più brutalizzata e più banalizzata, arriverà trionfalisticamente agli artefici della propaganda fascista (p. IX). È infatti da qui che il fascismo ha tratto la sua prima, fertilissima, merce propagandistica . Il primo capitolo tratta del recupero pascoliano dell'oc alala , poi congiunto al latino eia da D'Annunzio con slittamento semantico. Il secondo e il terzo il tema del mare nostrum , elaborato già in Carducci e sviluppato in rapporto ai due paradigmi dell'antico, romano e greco, mischiando spesso reperti filologici dei due mondi. Questa rivisitazione, più che nazionali tarla dell'antico, muove da Carducci: la più romana delle sue Odi Barbare diviene il vangelo della generazione post-risorgimentale, e soprattutto della generazione che vuole scrollarsi di dosso l'ignominia di Adua . Con processo jtiù generale la memoria carducciana si confonde con la stessa testimonianza latina, anzi ne diviene filtro obbligato: classicismo e nazionalismo si saldano così in nesso indissolubile, creando nell'interpretazione dell'allievo [D'Annunzio] i presupposti per un'ancor più pericolosa equiparazione fra classicismo e colonialismo (pp. 45-46).