Rassegna storica del Risorgimento

PASSERIN D'ENTR?VES ETTORE
anno <1990>   pagina <402>
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Libri e periodici
A sì sostanzioso pabulum non potranno non rivolgere i loro interessi gli addetti ai lavori e gli studiosi in generale, come auspica, in premessa, il dott. Alessandro Laporta, direttore della biblioteca provinciale Nicola Bernardini .
Se poi l'interesse e nazionale della raccolta Coluccia potesse acquistare, col tempo, un carattere più localistico, e dar luogo a ricerche più dettagliatamente salentine, l'iniziativa della biblioteca provinciale risulterebbe doppiamente meritoria poiché contri­buirebbe a colmare un aspetto tra i meno noti della civiltà del Salento e, comunque, ad integrare la povera e debole pubblicistica massonica di quest'area.
Il catalogo, pertanto, segna un punto a favore deU'amministrazione provinciale di Lecce perché viene incontro afferma il Laporta alla esigenza di dotare la biblioteca di utili repertori che ne pubblicizzino le poco note ricchezze , e fa sperare in iniziative consimili realizzabili a breve o medio termine. Sono queste, infatti, risposte concrete e decisioni utili volte a soddisfare la fame di cultura in generale, e specialmente la fame di libri e di fonti che, più di altri, assilla e divora lo studioso salentino, così solo e privo di tutto in questa, sempre spogliata e mai risarcita, periferia.
VITTORIO ZACCHINO
TOMMASO PEDIO, Brigantaggio meridionale (1806-1863); Cavallino di Lecce, Capone Editore, 1987, in 8, pp. 154. L. 25.000.
Il volume, che ripropone tre saggi comparsi agli inizi degli anni ottanta rispettivamente su Archivio Storico Italiano, Archivio Storico per le Provincie Napoletane e Studi Storici Meridionali, può ben definirsi una summa del pensiero dell'autore nei riguardi del brigantaggio meridionale, fenomeno del quale è studioso attento ed autorevole da quasi mezzo secolo.
Il primo dei saggi L'insurrezione antifrancese in Basilicata nel 1806 sottolinea assai opportunamente sin dalla prima pagina come in Italia, a differenza di ciò che si è verificato in Spagna o in Austria o in Russia, sia stato sbrigativamente e, diciamolo pure, sprezzantemente definito brigante, anziché guerrigliero, chiunque si sia opposto in armi agli eserciti della Rivoluzione e dell'Impero senza far parte, a sua volta, di un esercito regolare. Questa definizione, di derivazione francese, entrata in uso con la Prima Campagna d'Italia e generalizzatasi con il 1799 è stata recepita nell'uso corrente. Pur se il giudizio che oggi si dà del brigantaggio è assai più sfumato se non addirittura diverso, ciò nondimeno questo è il termine ancor oggi adoperato dalla storiografia italiana. Se ormai, dopo quasi due secoli, non è più possibile cambiarlo, è però possibile e lo dimostra l'autore definirlo nelle sue precise dimensioni storiche, sottolineando come, almeno nell'età napoleonica, il movente che fece impugnare le armi a buona parte delle nostre popolazioni meridionali avesse radici che, con una certa appossimazione, potremmo dire naturalmente politiche ed istintivamente patriottiche . Era infatti naturale, istintivo reagire all'invasione, alla forza, alle prepotenze ed alle rapine di un esercito straniero e se poi, come accadde nel 1806, si sommavano a questa naturale reazione le sollecitazioni del re rifugiatosi in Sicilia e l'appoggio armato (poi ritirato) degli alleati inglesi queste insurrezioni locali spontanee si collegavano, si appoggiavano minacciando, come già nel 1799, di rovesciare il regime insediato dai Francesi.
All'invasione ed ai saccheggi si rispondeva con la guerriglia, a questa facevano seguito le rappresaglie, le fucilazioni sommarie, l'incendio e la distruzione del villaggi; i ribelli erano costretti a darsi alla macchia, erano obbligati a comportarsi come i banditi ed il ciclo, così iniziato, poteva continuare per mesi, se non per anni come si verificò in Calabria.
Assai diverso, pur se conosciuto con lo stesso nome, è il fenomeno del brigan-