Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1991>   pagina <72>
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Libri e periodici
espansione, è giunto ad una fase di dedino-trasformazione. Solo recentemente, però, gli storici hanno cominciato una sistematica ricerca sull'identità psicologica e sociale del mondo dei ragazzi. Tale ricerca è ormai in grado di fornire una visione sempre più ricca e sfumata dell'età infantile e adolescenziale. Un periodo importante* oltre che specifico, della vita umana viene cosi sottratto ai silenzi della storia ufficiale.
Anche il libro di Audisio, nato dalla rielaborazione di una tesi di laurea e sostenuto dai suggerimenti di studiosi quali Carlo Pischedda ed Umberto Levra, rappre­senta un contributo all'opera di ricostruzione di una dimensione finora quasi del tutto sconosciuta. Il lavoro illustra, sulla base di una cospicua documentazione formata da carte archivistiche e da pubblicazioni dell'epoca, le vicende che portarono alla fonda­zione nel 1845, a Torino, della casa correzionale per minorenni detta Generala (dal nome dell'edifìcio nei dintorni della città ristrutturato appositamente allo scopo). È noto che Carlo Alberto, fin dai suoi primi anni di regno, pur respingendo ogni orientamento liberale, si mostrò fautore di numerose riforme, nel solco della vecchia tradizione del dispotismo illuminato. Da un punto di vista strettamente tecnico, l'attività di Carlo Alberto fu notevole. E Audisio rileva come, nell'ambito della riforma penitenziaria collegata a sua volta al rinnovamento della legislazione civile e penale, la progettazione del correzionale giovanile rivestisse un ruolo centrale e come essa si intrecciasse al problema del controllo sulla figliuolanza delle classi povere . Lo Stato moderno tendeva, con il suo progressivo imporsi, a dominare ogni aspetto della vita sociale, sorvegliando le minoranze (di razza, di religione) e i dcvianti, imponendo ad essi luoghi e forme specifiche di aggregazione. Pure i bambini e i giovani in generale, che a loro modo sono dei marginali, dovevano essere istituzionalizzati ed investiti da obblighi e divieti. Ciò valeva, a maggior ragione, per i piccoli delinquenti, ma la caratterizzazione, sul piano concettuale e normativo, della devianza giovanile come autonoma fattispecie di pericolosità sociale, distinta sia dall'abbandono in tenera età sia dalla criminalità adulta, rappresentò un significativo passo avanti consentito dal dibattito, avviatosi già in epoca illuministica, sulle cause del pauperismo e della violenza. La classificazione, la separazione e lo smistamento dei condannati in istituzioni specia­lizzate e razionalmente dislocate avrebbe dovuto, nelle intenzioni, permettere di applicare a gruppi omogenei di detenuti un efficace regime disciplinare basato sul trinomio religione-istruzione-lavoro. La Generala rappresentò, dunque, prima di tutto un esperimento, non completamente nuovo, però, in quanto si ricollegava a quello già tentato dal governo piemontese nel 1785 con l'attivazione di una casa di correzione per giovani, l'Ergastolo. L'idea fondamentale che mosse entrambe le esperienze fu che la relegazione in correzionale doveva essere preordinata al reinserimento del deviante nel consorzio sociale, non alla sua definitiva emarginazione. Anche nel Piemonte sabaudo si cominciò a confidare nell'efficacia dell'azione pedagogica, piuttosto che nell'intimidazione. L'emendazione del deviante era ritenuta possibile, tuttavia, solo se l'intervento educativo avveniva prima che la perversione fosse diventata abitudine irreversibile, perciò nella Generala furono inviati esclusivamente giovani tra i sedici ed i venr*anni.
Audisio rileva che, nel campo dell'organizzazione degli istituti di pena, lo schie­ramento riformatore, nel quale troviamo in prima fila Giovenale Vegezzi-Ruscalla, ispettore generale alle carceri fino al 1862, si opponeva ad un modello di sviluppo industriale di tipo anglosassone, giudicato portatore di endemica instabilità sociale, in quanto responsabile della creazione di masse di poveri operai privi di pane e lavoro che, dopo aver abbandonato la campagna, errano intorno alle fabbriche ed offrono invano le loro braccia chiedendo a retribuzione la più bassa mercede (p. 93). Il penitenziario agrìcolo della Generala , nel quale avrebbe dovuto rivestire un ruolo educativo preminente l'abitudine al lavoro nel campi, ritenuto più di ogni altro giovevole alla formazione morale, allo sviluppo fisico e all'inserimento nel mondo civile dei giovani sbandati, fu innanzitutto un simbolo. Agli occhi dei riformatori (appoggiati dall'opinione pubblica qualificata e da autorevoli esponenti del mondo politico subalpino quali Cavour,
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