Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1991>   pagina <77>
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Libri e periodici
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zione di questo pluralismo sarà una conquista lenta e faticosa, continuamente ostacolata, soprattutto dopo il 1848, dalla chiusura dottrinale della Curia romana e, dopo l'unità d'Italia, dal sorgere del movimento cattolico intransigente. Proprio nel seno dell'intran-sigentismo, d'altra parte, si agitavano quelle tensioni ideali e religiose, aspiranti a scendere nell'agone politico e sociale per superare le forme dello Stato liberale laico, così come si era strutturato in Italia, le quali impararono lentamente a confrontarsi con altri ideali e progetti, oltre che con la realtà offerta dall'evoluzione storica, e a superare pregiudizi settari e integralismi riduttivi.
Preme, evidentemente, alTA. mostrare che il lascito del cattolicesimo liberale pre-unitario non era andato smarrito nel mondo cattolico; un lascito caratterizzato non solo dall'idea di una conciliazione politica tra Stato liberale e Chiesa o tra cattolicesimo e civiltà moderna, ma da un atteggiamento che tende a far emergere in primo piano gli aspetti del cristianesimo cattolico che alimentano e giustificano un modo liberale di vivere e di sentire [...], il primato della responsabilità della coscienza personale, che, sola, può assicurare il giusto equilibrio tra l'idea della libertà e il principio di autorità, in materia religiosa non meno che politica (p. 18).
Molto interessanti appaiono i capp. 5 e 6 del volume, rispettivamente dedicati alla opposizione cattolica di fronte alle scelte, soprattutto economiche, operate dai governi di Sinistra, e alla puntualizzazione del dibattito storiografico sulle origini e la funzione del clerico-moderatismo. In questi due saggi l'À. dimostra un certo fastidio nei riguardi di alcune interpretazioni revisionistiche (definite neo-marxiste, onde distinguerle dalle interpretazioni meno recenti di ispirazione marxista, come quella di Giorgio Candeloro), le quali hanno avuto la tendenza a scorgere la nascita e l'affer­mazione di una sostanziale alleanza tra la maggioranza del movimento cattolico e il blocco d'ordine agrario-industriale già al tempo delle scelte protezionistiche compiute dalla classe dirigente negli anni Ottanta. Questa storiografia neo-marxista, secondo l'A., mostrerebbe l'esplicita tendenza a identificare nel clerico-moderatismo addirittura la chiave di volta del blocco conservatore e l'elemento unificante della dominazione bor­ghese in Italia, per lo meno a partire dagli anni Ottanta. Ma questa tesi non reggerebbe ad una analisi più attenta della situazione sia del movimento cattolico, sia delle scelte economiche compiute dalla classe dirigente, sia della congiuntura economica verificatasi in seguito alla crisi agraria. È vero che alla fine degli anni Settanta si registrarono alcune significative conversioni dall'intransigentismo al conciliantismo in ambito eccle­siastico (Curci, Bonomelli, Scalabrini), conversioni per le quali non è possibile negare che abbia giocato in modo prevalente il contraccolpo provocato dall'ascesa della Sinistra e, più specificamente, il varo di provvedimenti riformatori (come la legge Coppino sull'istruzione elementare) nonché l'accentuazione in ambito governativo della nota anticlericale, specie durante la breve esperienza del gabinetto Cairoli-Zanardelli (p. 64). Ma l'atteggiamento intransigente della maggioranza dell'episcopato e degli ambienti romani di Curia e, soprattutto, la crisi agraria e la scelta protezionistica, impedirono che tali conversioni divenissero un fenomeno generalizzato all'interno del movimento cattolico. Quest'ultimo continuò ancora per molti anni, almeno sino alla svolta del 1898, a considerarsi ideologicamente alternativo, nella sua maggioranza, allo Stato liberale. La crisi agraria e la scelta protezionistica che danneggiava la piccola e media proprietà contadina, il decreto del 1886 della Sacra Penitenzieria che trasformava il Non expedit in Non licei, impedirono dunque la formazione di un partito cattolico contadino, che avrebbe potuto mutare radicalmente i termini della lotta politica in Italia, come anche un atteggiamento subalterno dei cattolici nei confronti dei moderati. Non è legittimo, contìnua l'À., generalizzare il caso di Alessandro Rossi e farne il modello di un cattolicesimo allineato alle scelte della classe dirìgente laica: Per fare un solo esempio, il Rossi non condivideva le propensioni dei cattolici sociali e della Chiesa leoniana a dettare norme e princìpi sui rapporti di -lavoro, e si oppose ad ogni torma di legislazione sociale soprattutto se riguardante l'industria, proprio mentre l'opi­nione cattolica incominciava ad orientarsi, seppure faticosamente, in tale direzione (p. 76).