Rassegna storica del Risorgimento

PIO IX PAPA (GIOVANNI MARIA MASTAI FERRETTI)
anno <1991>   pagina <193>
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La malattia di Pio IX nel 1873 193
avevano pronosticato la sua imminente fine, il pontificato di papa Mastai si protrarrà sino al 1878, rimandando quindi a quella data la questione del conclave, che pure doveva continuare ad interessare la diplomazia europea.
Colpisce, peraltro, nella lettera a Di Robilant del 20 maggio che abbiamo citato a più riprese, l'interesse di Visconti Venosta per la sorte dei cardinali italiani, .per il loro timore di lasciare Roma, e, soprattutto, per quel loro bisogno di un appoggio, di una forza morale, di un argomento positivo per resistere, deboli e privi d'iniziativa come sono, ai pia energici e ai più decisi che sono anche i pia fanatici. Era questo, senza dubbio, un espediente dialettico, uno dei tanti di cui Visconti Venosta era maestro, per testimoniare all'Europa (e il contenuto della lettera Di Robilant l'avrebbe dovuto riferire all'Andrassy, secondo le stesse istruzioni impartitegli dal capo della Consulta) una certa convergenza d'interessi fra il governo italiano e parte (o gran parte) del collegio cardinalizio e della Curia romana; ma tutto questo, anche, non esclude che fra Visconti Venosta e quella maggioranza silenziosa di cardinali e prelati vi fosse qualche contatto sotterraneo, di cui pure abbiamo illustrato qualche caso. Più volte, lo abbiamo visto, il ministro degli Esteri aveva manifestato l'intenzione di non voler interferire, con un candidato italiano, sull'elezione del nuovo papa: ma egli, come Di Robilant e più di Di Robilant, era uomo del taire sans diref8) e non poteva esimersi dall'individuare (e con un certo garbo favorire) il candidato alla successione di Pio IX meno ostile all'Italia. Non è forse un caso che tra le sue carte sia conservato un rapporto redatto probabilmente nel 1874 da un informatore anonimo sul card. Pecoi, arci­vescovo di Perugia:
Il Cardinale Pecci Arcivescovo di Perugia si legge nel rapporto di cui Ella mi chiede informazioni è avanti cogli anni ma tuttora ben portati e in buona salute: ciò forse contribuisce a mantenerlo in quel carattere conciliante e in apparenza transigente che taluni gli vogliono applicare, ma che altri crede sia soltanto savoir faire appreso nelle sue missioni diplomatiche all'estero, o forse anche il nobile lignaggio da cui discende per cui la gentilezza ed il buon garbo influiscono a dargli tanto come suo carattere proprio mescolato anche a vanagloria e a cupidità d'incenso. Avvalora il crederlo conciliante il non avvenire in questa Città esorbitanze sian collettive sian particolari del partito o casta che egli rappresenta. I suoi dipendenti, capi di servizio si mantengono in quella
del nostro Risorgimento avevano proprio nella classe dei medici i loro più spietati nemicil
*5) jn una conversazione con Di Robilant sulla questione del conclave il conte Andrassy, sintetizzando il succo del discorso del suo interlocutore, aveva parlato di faire sans dire, che successivamente divenne la caratteristica attribuita dagli storici all'ambasciatore italiano a Vienna, futuro ministro degli Esteri di Vittorio Emanuele. Anche su questa bella figura di militare-diplomatico cfr. il ritratto dì F. CHABOD, Storia della politica esfera, cit., pp. 625*630. Fu Gaetano Salvemini a contrapporre il faire sans dire che caratterizzò la linea diplomatica di Di Robilant al dire sans faire, che caratterizzò invece quella di Crispi (O. SALVEMINI, La politica estera dell'Italia dal 1871 al 1914, Firenze, 1944, p. 88).