Rassegna storica del Risorgimento
TUVERI GIOVANNI BATTISTA
anno
<
1991
>
pagina
<
231
>
Libri e periodici
231
anni e munizioni dell'esercito. Il valore degli impiantì e dei macchinari, riportato a bilancio, passa dai 59 milioni di lire del 1915 ai 164 milioni del 1918. Le esigenze finanziarie, per conseguenza, crescono, anche se, in questo periodo, l'Ansaldo può ancora contare su generose anticipazioni da parte dello Stato. Alla voce di bilancio rate incassate in conto lavori sono registrati valori crescenti, che arrivano a 380 milioni di lire nel 1918. Anche i profitti sono largamente reinvestiti, ma le somme a disposizione non sono sufficienti alla realizzazione dell'ambiziosa strategia dei Perrone. Essi decidono, pertanto, di aumentare il capitale sociale che sale, nel giro di pochi anni, da 30 a 500 milioni di 'lire. Si tratta, però, di capitale in parte fittizio, in quanto le azioni di nuova emissione vengono in gran parte sottoscritte da società controllate: si crea, in tal modo, una fitta trama di partecipazioni incrociate. Tra il 1916 ed il 1917 si ricorre, inoltre, all'emissione di 100 milioni di obbligazioni ed all'indebitamento presso la Banca Italiana di Sconto. Ed è proprio in riferimento all'esposizione verso quest'ultima, che i debiti diversi segnati in bilancio per 23 milioni nel 1915, diventano 307 nel 1918. L'impresa dispone, quindi, di liquidità sufficiente a tentare la scalata alla Banca Commerciale: la manovra, però, com'è noto, non riesce.
Con la fine delle ostilità, il flusso di pagamenti dalla pubblica amministrazione all'Ansaldo si arresta. I fondi necessari alla riconversione degli impianti ed al proseguimento dei programmi d'espansione, sono tratti dalle casse della Banca Italiana di Sconto. Su una massa debitoria dell'intero gruppo Ansaldo, pari a 1.284 milioni di lire, alla fine del 1920, la Banca in questione può vantare un credito di circa 700 milioni. Già durante il 1920, si avvertono i primi preoccupanti scricchiolii dell'edificio ansaldino. Il bilancio d'esercizio si chiude con il modesto utile di 6 milioni di lire che, per misura prudenziale, non viene distribuito agli azionisti. Nel 1921 l'Ansaldo non è più in grado di pagare regolarmente maestranze e fornitori. L'ammontare mensile delle retribuzioni è pari ad una ventina di milioni, la massa dei debiti a breve è di 158 milioni di lire: troppo per un'impresa le cui fonti di entrata si erano progressivamente inaridite. Bonaldo Stringher, direttore generale della Banca d'Italia, si muove per creare un consorzio di banche che rilevi le passività della Banca di Sconto, ma la Banca Commerciale ed il Credito Italiano pongono come condizione per la loro partecipazione al Consorzio, l'allontanamento dei Perrone che, il 3 dicembre 1921, rassegnano le dimissioni dalle cariche occupate ed escono di scena.
L'intervento pubblico è essenziale per diradare le polemiche e garantire la sopravvivenza dell'Ansaldo. È Stringher che forma, alla fine di dicembre del 1921, il nuovo consiglio di amministrazione dell'Ansaldo, composto da alcuni anziani dirigenti, affiancati da due commissioni di consulenza (tecnico-industriale ed amministrativa), con il compito di vigilare nell'interesse dei creditori in genere e più particolarmente degli istituti sovventori e di assistere il consiglio nell'opera di sistemazione delle aziende. La gestione pubblica dell'Ansaldo non è, però, improntata ad un preciso disegno strategico: si evidenzia semplicemente la necessità di assicurarle un continuo appoggio finanziario e di garantirle un certo carico di lavoro.
Naturale conclusione del breve periodo di gestione pubblica dell'impresa è la sua privatizzazione, avvenuta nel 1925. Tra coloro che numerosi si fanno avanti per rilevarne il pacchetto azionario di maggioranza, viene preferita la Banca Nazionale di Credito. I risultati economici di bilancio continuano, però, ad essere insoddisfacenti. Gli esercizi 1926, 1927 e 1933 si chiudono con passivi pesanti, mentre gli utili registrati negli altri anni sono generalmente assai modesti.
Intanto, la preoccupazione di evitare il crollo delle banche miste, appesantite da ingenti immobilizzazioni di capitale, spinge il governo ad intervenire. Si provvede, così nel 1931, alla creazione dell'Istituto Mobiliare Italiano (IMI), la cui attività e, peraltro improntata a grande prudenza, essendo i crediti concessi di ammontare assolutamente