Rassegna storica del Risorgimento

TUVERI GIOVANNI BATTISTA
anno <1991>   pagina <237>
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Libri e periodici
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(come la mazziniana Associazione repubblicana universale), ed era stato ribadito anche nei congressi del Patto di fratellanza del 1876 e del 1882. Ma nella galassia repubblicana, alla fine degli anni Settanta, si era fatta strada con sempre maggiore incisività la tendenza ad osservare attentamente l'ambito parlamentare, politico-elettorale, che iniziava ad essere considerato, da molti dirigenti e militanti nel movimento, il luogo specifico di utili mediazioni ed incontri con forze democratiche che, se non erano qualificate specificatamente da obiettivi repubblicani, potevano tuttavia risultare preziose alleate per una attività riformatrice: la Lega e il Fascio della democrazia, nel 1879 e nel 1883, furono i primi importanti segnali del superamento della pregiu­diziale astensionista repubblicana. Inoltre, nota l'A., sia i congressi del Patto del 1876 e del 1882, sia il congresso delle associazioni repubblicane del 1878, pur in presenza di un orientamento ancora in maggioranza contrario alla partecipazione alle elezioni polìtiche, avevano visto la comparsa di forti minoranze favorevoli alla partecipazione al voto, rappresentate da dirigenti come Aurelio Saffi, Federico Campanella e Giuseppe Marcora, e gravitanti attorno alla Consociazione repubblicana lombarda e alla Rivista repubblicana di Milano di Arcangelo Ghisleri e Alberto Mario.
Nel Patto di fratellanza tra le società operaie l'abbandono del principio asten­sionista divenne un fatto compiuto, nella sostanza, con il congresso di Firenze del 1886, dal momento che l'estensione del diritto politico di voto, nel 1882, a elementi piccolo-borghesi tendenzialmente vicini alle posizioni repubblicane, poneva in termini rinnovati, per molti, la lotta per la conquista della piena sovranità popolare. Alcuni dirigenti di rilievo del Patto, tuttavia, come Luigi Minuti e Felice Albani, pur divisi su altri temi importanti, continuarono a difendere l'originario astensionismo del mazziniane-simo puro.
La crisi dissolutiva del Patto non avvenne, però, intorno al tema elettorale (in fondo l'organizzazione non era un partito politico) ma sul problema economico-sociale e in seguito al dibattito sul ruolo che il Patto avrebbe dovuto ricoprire nel movimento operaio e in quello repubblicano. Agli inizi degli anni Ottanta, osserva l'A., nasce e si rafforza una netta contrapposizione tra la corrente dei 'collettivisti', cioè dì coloro che accettano il principio della lotta di classe e si richiamano ai presupposti del socialismo in materia economica e sociale, e la corrente degli ' associazionisti', che, ligi all'ortodossia mazziniana riguardo al programma economico e sociale, si pronunciano contro la lotta di classe e la collettivizzazione della proprietà (p. 24): le due correnti vennero definendo i propri programmi nel corso dei congressi operai del 1886 e del 1889, sotto la guida di dirigenti quali Errico De Marinis, per i collet­tivisti, e Luigi Minuti e Luigi De Andreis, per gli associazionisti mazziniani. Nel contempo veniva a formarsi anche una terza corrente di conciliantisti (Antonio Fratti, Felice Albani) la quale tentò invano, tra il 1889 e il 1893, di rendere accetto ai mazziniani il principio della lotta di classe e di salvaguardare al tempo stesso il concetto repubblicano dell'instaurazione della piena sovranità popolare quale strumento ineliminabile per il riscatto del lavoro dalla servitù del capitale. La linea di Albani, nota giustamente l'A., risultava, però, in gran parte velleitaria in quanto, se da un lato continuava a respingere ogni compromissione elettoralistica, e dunque, riformista, dall'altro aspirava a mantenere l'unità del Patto e a identificare quest'ultimo con l'intero partito repubblicano, proprio mentre altri partiti operai e socialisti, ancor prima della fondazione del PSI, o accettavano risolutamente il principio e la pratica della lotta di classe, o scendevano nell'agone elettorale senza avere riserve mentali. Al congresso di Palermo del 1892 gli associazionisti si trovarono in minoranza per la prima volta nella storia del Patto, soprattutto a causa della polemica assenza di molte società settentrionali, mazziniane intransigenti, per nulla disposte a porre in discussione l'originario programma economico-sociale dell'associazione. Tuttavia i collettivisti, a Palermo, esitarono a condurre sino in fondo la loro lotta: non fecero approvare un