Rassegna storica del Risorgimento

VALSCCHI FRANCO
anno <1992>   pagina <240>
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LIBRI E PERIODICI
ALFONSO SCIROCCO, Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria; Lecce, Capone editore, 1991, in 8, pp. 174. L. 25.000.
A volte vien fatto di pensare che gli uomini dì governo e la classe politica in genere conoscano poco la storia né si curino molto di interrogarla sulle origini e le cause delle situazioni che possa loro occorrere di dover fronteggiare. Una idea del genere viene alla mente, ad esempio, constatando la sorpresa con cui gli statisti del­l'Italia appena unificata scoprirono che il meridione non era il giardino delle delùde a lungo sognato ed ebbero, tra le altre, la rivelazione del brigantaggio. E siccome, nutriti come erano di ideali risorgimentali, riluttavano a credere che quelle turbe che accoglievano a schioppettate i fratelli venuti dal Nord per liberarle fossero composte di ingrati masnadieri, si affrettarono a vedere in una realtà che aveva tutti i caratteri del­l'insorgenza soltanto un complotto della reazione organizzato dai sovrani deposti e dai loro accoliti per recuperare il -trono. Il che coglieva solo una minima parte della verità e trascurava la sostanza reale del problema, sostanza che si sarebbe potuta afferrare e dunque risolvere solo disponendo di strumenti d'intervento e di indagine più sofisticati. Quelli messi a disposizione dalla conoscenza storica avrebbero potuto suggerire che il brigantaggio era un fenomeno antico per quelle plaghe, che nasceva e si radicava nel mondo contadino sulla spinta di una arcaica condizione di miseria, sfruttamento e oppressione, che poteva essere posto temporaneamente sotto controllo ricorrendo alla repressione militare ma che sempre sarebbe riemerso dal sonno procuratogli dalle misure eccezionali ogni qual volta si fossero verificati un grosso processo di trasformazione economica o la transizione traumatica da un regime ad un altro. Dunque un fatto non proprio politico, o solo a tratti tale, ma da affrontare con mezzi politici, sia che lo si strumentalizzasse, come era capitato di fare ai Borboni nel 1799 e nel 1861, sia che io si volesse sradicare, come avrebbero dovuto fare gli uomini della Destra storica.
A volte vien fatto di pensare che anche gli storici conoscano poco la storia. Quando Franco Molfese nel suo pionieristico lavoro sul brigantaggio si trovò a dover parlare delle bande che infestavano la Calabria, e in particolare il Catanzarese e il Cosentino, si accorse (e rimase anche lui molto sorpreso) che le loro motivazioni erano chiaramente criminali e per niente politiche, e che l'unico scopo del loro formarsi, agire è poi dissolversi nelle macchie e tra gli anfratti della Sila era la taglia da imporre a questo possidente, 11 riscatto da esigere dai parenti di quel sequestrato, non già la disperata e a volte anche eroica contestazione di un ordine sociale immutabile. A queste forme di banditismo o, come si diceva allora, di malandrinaggio, ben poco poteva adattarsi il modello ricavabile dall'esperienza di altre zone quali il Tavoliere, il Poten­tino o il -Matese, dove più forte e sentita era stata la volontà di opporsi ad un regime che si presentava come nuovo ma che, al di là di tutti i mutamenti istitu­zionali, conservava gli antichi rapporti di classe, tutelava i proprietari vecchi e nuovi e non soddisfaceva la fame di terra del ceto contadino.
Tra Cosenza e Catanzaro dominava la tradizione di un banditismo privo, se cosi si può dire, di coscienza sociale e dunque alieno dal conferire i contenuti della pro­testa politica alle proprie azioni. Aspettative del contadini e strategia guerrigliera non si saldavano perciò a comporre quella miscela esplosiva che per almeno cinque anni dopo l'impresa garibaldina avrebbe caratterizzato compiutamente le iniziative del grande