Rassegna storica del Risorgimento

VALSCCHI FRANCO
anno <1992>   pagina <241>
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Libri e periodici
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brigantaggio. In questo senso si può davvero parlare di un caso Calabria, come ci suggerisce Alfonso Scirocco indagatore in anni ormai lontani della fase del trapasso del Mezzogiorno dalla dinastia borbonica a quella sabauda in questo volume molto ben documentato e denso di spunti di ricerca che ripercorre settant'anni di storia sviluppando e portando a compimento un tema già presente in precedenti indagini dello stesso autore. Non è un caso se abbiamo accennato ai saggi di Scirocco sulla caduta del Regno e sulle scelte della classe di governo liberale subito dopo l'unificazione: egli è infatti convinto, riprendendo le ipotesi formulate a suo tempo da Hobsbawm, che il brigantaggio è un male endemico tipico di certe società arretrate, una specie di virus die produce violenti accessi di febbre nel corpo sociale e che, se pure apparentemente debellato col ricorso a cure radicali, si ripresenta tutte le volte che un vuoto di potere, una situazione di allentato controllo gli offrano l'occasione per recidivare. Di modo che quello che in tempi di stabilità è un fenomeno puramente banditesco, in coinci­denza con una grossa crisi dell'apparato statale si militarizza assumendo tutti i conno­tati dell'autentica lotta armata. Nello schema delineato da Hobsbawm, tuttavia, il bandito sociale si configura quasi sempre come un romantico sognatore che non sopporta le ingiustizie, una specie di Robin Hood che si dà alla macchia e mette in piedi una banda per restituire il potere ad un sovrano deposto, da lui mitizzato come supremo regolatore dei conflitti sociali proprio in quanto sovrano assoluto. A questo requisito si può dire che il caso Calabria corrisponda solo per il decennio francese, epoca in cui nelle formazioni banditesche si registrò una notevole presenza di disertori, renitenti e sbandati di vario genere: è proprio a partire da questa collaborazione che, come dimostra Scirocco, si innestò quel meccanismo di riconoscimento del brigante e delle sue funzioni para-militari, riconoscimento che ebbe un efletto moltiplicatore nella diffu­sione del fenomeno: i Borboni, che l'avevano scatenato per combattere i Francesi, dovettero presto accorgersi che era illusorio pensare di sbarazzarsene a tranquillità raggiunta e a trono recuperato.
Da qui, da questo colpevole calcolo prende le mosse la ricerca di Scirocco che ricostruisce dunque il caso Calabria prestando particolare attenzione da un lato all'ef­fettiva composizione delle bande, dall'altro gli aspetti culturali della figura del brigante calabrese, famoso in tutto l'Ottocento per la sua ferocia. Che questa ci fosse è inne­gabile e Scirocco lo dimostra con descrizioni sin troppo dettagliate e che fanno passare del tutto la voglia di usare qualche riguardo a personaggi magari anche sublimati da letterati mediocri o resi leggendari dalla sapiente amplificazione di episodi attestanti nobiltà d'animo e coraggio, secondo lo schema classico del poveraccio che si fa bandito per vendicare un torto o un'offesa alia sorella (un figlio unico difficilmente sarebbe diventato brigante). Il latin sangue gentile doveva avere subito nei secoli parecchie contaminazioni per arrivare a toccare livelli così alti di assoluto disprezzo per ogni senso di umanità. La violenza, però, era anche l'effetto della durezza spietata e quasi terroristica con cui lo Stato borbonico, incapace di ogni tipo di intervento che non sapesse di legge del taglione, aveva cercato di stroncare il brigantaggio; e i sistemi adoperati per la repressione, escogitati in genere da militari per i quali l'imperativo categorico anche ai fini della carriera era quello di ottenere risultati tangibili a qua­lunque costo, non di rado sortivano l'effetto di legittimare agli occhi della popolazione le gesta delle bande che, infatti, proprio dalla simpatia dei campagnoli traevano un importante contributo per gli spostamenti, i rifornimenti, le notizie sui movimenti delle truppe incaricate di dar loro la caccia.
Da questo punto di vista non si può dire che si riscontrino grosse differenze tra l'approccio borbonico al problema e quello liberale: in entrambe le epoche si sceglie di inviare l'esercito, ricorrere alle leggi eccezionali, infiltrare le bande, premiare i tradi­tori, tagliar l'erba sotto i piedi ai ricercati colpendone 1 parenti. In un certo senso, anzi, sotto i Borboni si ebbe da qualche generale inviato da Napoli una capacità di comprensione del fenomeno decisamente superiore a quella che più tardi avrebbero dimo­strato le autorità italiane (che misero al lavoro la Commissione Massari ma ne dimenti­carono rapidamente i risultati). Così accadde che i vari Statella e Nunziante, trasfor­mandosi volonterosamente in sociologi, mentre da un lato cercavano di infliggere i