Rassegna storica del Risorgimento

VALSCCHI FRANCO
anno <1992>   pagina <242>
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Libri e periodici
colpi più duri, dall'altro segnalavano al governo centrale dove fosse più opportuno intervenire per eliminare le condizioni di fondo (miseria, difficoltà di comunicazioni, stato di abbandono) che tenevano in vita il brigantaggio. Restavano comunque ignorate le responsabilità dei grossi proprietari terrieri, anche perché si preferiva puntare il dito sulle caratteristiche etniche, chiamando in causa la naturale inclinazione a delinquere del contadino calabrese come dato ineliminabile di una realtà con la quale era sempre fru­strante misurarsi.
Uno dei punti centrali della questione è proprio questo. Può la miseria spiegare da sola il persistere di una delinquenza così odiosa e barbara? In proposito sarebbe forse il caso di chiedere lumi all'etnologo o all'antropologo facendo bene attenzione ad evitare la trappola del razzismo a cui rischiano di condurre gli interrogativi di questo tipo. Scirocco, per parte sua, non si nasconde che lo stato di disagio sociale ed economico della Calabria, per quanto grave, non giustifica tutti gli aspetti del fenomeno e parla di una tradizione di brigantaggio (p. 62) come elemento che più di tutto mantiene in vita questa forma particolare di criminalità e la rende facilmente assimilabile dal costume della popolazione. Ma qui sembrerebbe necessario spingere l'analisi più in là e offrire qualcosa di più articolato. Cosa concorre a formare una tradizione? Perché certe manifestazioni di violenza riguardano alcune aree escludendone altre e non sono estirpabili? Perché il miraggio di un guadagno relativamente facile stimola ima comunità e non un'altra che versa in condizioni del tutto simili? Perché, si chiederà infine il lettore d'oggi, la tradizione non si spezza e va avanti per secoli, resistendo imperterrita all'incivilimento dei costumi e al miglioramento delle condizioni economiche? Sono domande non accademiche, e la risposta è importante perché può condizionare gli indi­rizzi politici da adottare per combattere efficacemente questo tipo di emergenza.
Nell'Ottocento, prima e dopo l'Unità, si privilegiò la maniera forte: stati d'as­sedio, tribunali militari, condanne esemplari rapidamente eseguite, lotta al manuten-golismo rappresentarono i rimedi più praticati, e, come sempre accade in queste congiunture, non mancarono mai coloro per i quali le leggi erano state poco applicate, la clemenza dei tribunali era stata eccessiva. Ciò che colpisce, tra i risultati di questa ricerca, è che l'esercito, impiegato in misura davvero massiccia, agì in base ad una sorta di delega del Parlamento dell'Italia liberale che entro certi limiti, e quasi a scarico della sua cattiva coscienza, fu di volta in volta disposto a coprire anche talune palesi viola­zioni della legalità statuaria. La folta documentazione rintracciata da Scirocco in vari archivi dell'Italia meridionale (Napoli, Catanzaro, Cosenza in primo luogo) risulta in questo senso eloquentissima: i professionisti della repressione, i Fumel, i Pallavicini, i Milon, sceglievano di muoversi sulla linea assai precaria che separa il lecito dall'illecito, e spesso la superavano consapevolmente perché, come spiegava uno di essi, vai meglio incorrere in qualche irregolarità piuttosto che colla stretta osservanza lasciar adito ai mali che si sanno prevenire e menomare {p. 109). Tra un esercito sordo ed un parla­mento muto solo la magistratura, quando se ne ricordava, cercava di ricollocare al posto loro spettante le ragioni di una legalità spesso violata con il metodo delle perse­cuzioni indiscriminate. D'altro canto non si può ignorare che spesso furono le popolazioni stesse della Calabria, evidentemente le più danneggiate dal perdurare di questa situazione, a chiedere attraverso le loro rappresentanze comunali il ritorno di un uomo some Fumel solo due o tre anni dopo che tutta l'Europa era stata messa al corrente della brutalità del suo operato.
A conclusione di settantanni di lotta contro il brigantaggio e per effetto di una legislazione speciale il virus tornava ad addormentarsi, sicuro comunque di poter restare in vita grazie a qualche misterioso fattore di protezione. La traccia più consistente sulla sua natura era forse quella che aveva fornito in una relazione del 1858 il generale Gaetano Afan de Rivera che lo aveva descritto come un'industria (p. 78) nella quale si erano specializzate, profittando delle caratteristiche ambientali e trovando una facile' giustificazione nel secolare degrado, le popolazioni della zona. Le parole di Afan de Rivera riecheggiavano, dieci anni più tardi, nelle conclusioni cui perveniva un antico compagno di Garibaldi, Gaetano Sacchi, il quale, divenuto generale dell'esercito