Rassegna storica del Risorgimento

GIL NOVALES ALBERT SCRITTI; SPAGNA STORIA 1820-1823; STORIOGRAF
anno <1993>   pagina <254>
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Libri e periodici
forse attentante alla scientificità del discorso storico (p. 7) ma un referente attendibile per la comprensione del modus sentiendi e operandi di don Bosco.
Dopo il 1848 questi si trovò a misurare la propria azione educativa non solo con i mutamenti attinenti alla sfera economica e sociale ma anche con quelli assai più rilevanti e che apparivano pericolosissimi per la missione della Chiesa ohe si svol­gevano nell'ambito politico-istituzionale del regno di Sardegna: di qui la necessità di sapere adattare il proprio lavoro ai nuovi interlocutori liberali, in modo da non susci­tare in essi alcun sospetto, ma anche il forte senso della propria dignità rinvenibile nelle lettere inviate a quanti ricoprivano cariche pubbliche, con i quali era indotto per le esigenze degli oratori a venire in contatto. In esse mai si rinvengono atteggiamenti dimessi o contrassegnati da eccessivo rispetto umano, e ciò non solo per l'intima natura dell'uomo, che sapeva unire alla prudenza la ferma difesa delle proprie ragioni quando esse toccavano questioni fondamentali, ma anche perché egli seppe guadagnarsi la sin­cera benevolenza di personaggi, come La Marmora, Lanza, Minghetti e soprattutto Rat-tazzi, che guardavano a lui non solo come al benefico operatore sociale che contri­buiva ad arginare i mali che corrompevano la gioventù, ma anche come ad un possibile intermediario nei tanti conflitti tra autorità civili e religiose che caratterizzavano quegli anni. Insomma, nonostante la nota avversione di don Bosco verso il clero troppo osten­tatamente propenso ad accettare la conciliazione tra valori della tradizione religiosa e queHì liberali <nel giugno 1858 ad esempio sconsigliava il papa di nominare vescovo di Asti il teologo Giovanni Genta perché molto ligio al governo , giober-tiano (p. 352) e non ostile al matrimonio civile) egli appariva un interlocutore affida­bile agli occhi degli uomini politici piemontesi, tanto che cospicue tracce della reci­proca stima e della notevole collaborazione fra le autorità e don Bosco (p. 32) sono rintracciabili nelle lettere per gli anni esaminati in questo volume, stima e collaborazione ohe non escludono momenti di tensione e malintesi, come nella primavera del 1860.
Note ben diverse vibravano a proposito delle vicende politiche e civili del regno sardo e di quello italiano, tra il 1848 e il 1863 nella corrispondenza inviata ad ecclesiastici intransigenti, al cardinale Antonelli e soprattutto a Pio IX (che è il mag­giore destinatario delle lettere). Qui si possono registrare, da parte del sacerdote piemon­tese, prese di posizione ideologicamente ben marcate contro gli aspetti della legislazione e della prassi di governo liberale che toccavano principi e posizioni di privilegio godute a lungo dalla Chiesa nel regno subalpino: si tocca con mano il suo fastidio per la libertà di stampa, che dà spazio alla propaganda dei valdesi e degli anticlericali di ogni colore, e si rilevano le dure e lapidarie considerazioni sulle leggi Siccardi, sul matri­monio civile o sulla legge Cavour-Rattazzi del 1855. Tra il 1859 e il 181, poi, nelle lettere a Pio IX (inviate a Roma attraverso persone fidate, onde evitare i rischi di inop­portune ispezioni postali piemontesi, e dunque redatte senza timori) le parole di don Bosco assumevano tratti profetici, vaticinavano l'imminenza di tempi ancora più calami­tosi per la Chiesa in Italia e per il papato, descrivevano con toni preoccupati il venir meno della fedeltà alla sede di Pietro di molti fedeli e pastori, ma assicuravano anche il pontefice dell'immancabile trionfo della giustizia divina dopo la prova del fuoco.
Da questo primo volume dell'epistolario emerge, quindi, la figura di un sacerdote dalla personalità complessa, che non si lascia definire facilmente dagli schemi elaborati dalia storiografia del temporalismo, del legittimismo, dell'intransigentismo, del cattoli­cesimo liberale e nazionale ecc. ma che dimostra una notevole capacità di condurre, quando le circostanze lo richiedono, lo scontro ideologico sul terreno delle mediazioni dove le esigenze degli uomini possono incontrarsi e stabilire utili compromessi (come testi­monia la circostanza del suo infruttuoso intervento nel 1858 per risolvere la questione Fransoni), mentre la difesa ohe compie dei diritti della Chiesa non diviene mai acrimo­niosa e sterile invettiva. Un concreto esempio del modo di procedere di don Bosco è fornito dalla sua risposta alla sfida lanciata dal nuovo regime della libertà di stampa nel Piemonte alia posizione di egemonia culturale della Chiesa: nel momento In cui lamen­tava l'irrompere di libri, opuscoli, giornali non più frenati dalla censura preventiva, ohe vomitano impunemente quanto d'empio e d'inverecondo sanno inventare contro tutto
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