Rassegna storica del Risorgimento
GIL NOVALES ALBERT SCRITTI; SPAGNA STORIA 1820-1823; STORIOGRAF
anno
<
1993
>
pagina
<
255
>
. Libri e periodici 255
ciò che sa di religione <pp. 103-104). come scriveva ad un amico nell'estate del 1850, si impegnava con tutte le forze per trarre ogni possibile vantaggio dalla situazione di Ubera competizione, ponendo mano alla creazione e diffusione di una stampa popolare cattolica che fosse interessante per i contenuti e semplice nella forma, rivaleggiasse vittoriosamente con le pubblicazioni anticlericali rivolgendosi al medesimo pubblico di lettori dalle esigenze non propriamente sofisticate. Nascevano così, nel 1853, le Letture catto-litihe, mensili, di costo contenuto e a tiratura abbastanza elevata "(considerati i tempi), la cui propagazione in Italia don Bosco seguì con particolare sollecitudine per diversi anni, come si evince dalle numerose lettere scritte a vescovi, amici e benefattori diversi perché prestassero fattivo sostegno alla diffusione del periodico, che egli considerava un fondamentale strumento per la preservazione delle classi popolari dal contagio della irreligiosità. Anche emblematici ael suo pensiero appaiono gli apprezzamenti su Rosmini (con il quale i rapporti epistolari vertevano solo su questioni finanziarie e amministrative). Da poohi mesi Pio IX aveva provveduto alla condanna ufficiale delle Cinque piaghe, cui aveva fatto seguito la sollecita sottomissione del roveretano, e don Bosco si rallegrava per l'atto di obbedienza nel momento stesso in cui confermava la propria stima al filosofo; per lui, infatti al di là dì ogni valutazione sulla ortodossia della speculazione dottrinale Rosmini aveva avuto il merito di comprendere che la cattolicità si misurava sul livello di comunione con la cattedra di Pietro, al contrario di altri distinti personaggi, che un tempo altresì primeggiavano (p. 92), con evidente allusione a Gioberti, che avevano scelto la strada della rottura.
Nel contesto della posizione nettamente ostile di don Bosco verso la legislazione laicizzante ed eversiva del patrimonio ecclesiastico posizione strettamente connessa alla persuasione di conseguenze luttuose che sarebbero intervenute per la fede cattolica come conseguenza del regime di libertà vanno iscritte le lettere monitorie , sulla morte delle due regine, inviate a Vittorio Emanuele all'inizio del 1855 (lettere non materialmente reperite ma della cui esistenza il curatore non dubita) vòlte a convincere il sovrano a non apporre il sigillo alla legge sulla soppressione dei conventi, facendo leva sulla sua sensibilità religiosa e accusando i ministri di essere gente venduta e in malafede (p. 248). Tra quei ministri vi era Cavour, con il quale stando alla testimonianza dell'epistolario don Bosco ebbe solo rapporti episodici e improntati a formale cortesia, ma figurava anche Urbano Rattazzi, assiduo sovventore degli oratori, come privato e come ministro, ai quali era solito indirizzare molti ragazzi che gli venivano segnalati, e a cui don Bosco manifesterà apertamente, nel marzo 1862, il compiacimento personale per la designazione alla presidenza del consiglio: il solo caso significativamente per cui egli sentisse l'obbligo di procedere oltre le rituali e generiche professioni di fedeltà ai poteri costituiti.
Nelle lettere scritte fra il 1859 e il 1861 soprattutto -in quelle inviate a Pio IX si avverte la preoccupazione che il moto unitario nella penisola potesse avere per la Chiesa conseguenze gravissime; una preoccupazione forse accentuata dalla sospettosa vigilanza delle autorità di pubblica sicurezza che nel giugno 1860 sottoponevano gli oratori a due perquisizioni. Al pontefice propenso a dar credito alle sue parole don Bosco presentava la condizione della Chiesa, nel Piemonte e nelle province di nuovo acquisto, in termini di estrema gravità, soprattutto in conseguenza del sentimento di simpatìa suscitato dall'unificazione in parte del clero e dei fedeli e della propaganda protestante (un timore molto ricorrente nelle lettere di questi anni). Ma ancora pochi mesi prima, scrivendo al Farini per chiedere ragione delle perquisizioni subite e respingere le accuse di scarso patriottismo che gli erano state mosse da più parti, aveva protestato il proprio disinteresse per questioni di natura strettamente politica, mentre nella primavera del 1863, in lettere al Peruzzi e all'Amari, rivendicava alla propria attività pedagogica ed assistenziale un alto valore sociale, oltre che religioso. Ciò che ho detto, fatto, scritto ricordava al Peruzzi con tono risentito fu sempre tutto pubblicò [...]. Presentemente io non dimando dal governo né impiego, né onori, né danaro; dimando soltanto il suo appoggio morale, e il suo ajuto affinché di comune accordo io possa promuovere e dare il necessario sviluppo ad un'opera che tende unicamente ad impedire