Rassegna storica del Risorgimento
DE SANCTIS FRANCESCO; EBREI STORIA; FORTUNATO GIUSTINO
anno
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1993
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pagina
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300
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Gianfranco Liberati
tica: l'aver chiamato fra i suoi collaboratori Costantino Nigra e Isacco Artom, giovani di religione diversa, ma del pari d'ingegno singolare e precoce . Poi aggiunse: La pubblica opinione farà giustizia di ignobili attacchi per parte di coloro che rimpiangono i tempi, in cui la diversità di culto bastava per allontanare dai pubblici uffici i giovani i più istrutti ed i più capaci .
Al liberalismo subalpino, così come si configurava lentamente nell'opera politica di Cavour, o nell'aula di Palazzo Carignano, anche Francesco De Sanctis si rivolse con appassionata tenacia nel momento forse più difficile del suo impegno politico. E ci sarà d'ora innanzi moto in Italia, ci sarà popolo libero di sé, che non tenda immediatamente la mano al Piemonte e non gli dica: Siamo una cosa sola, siamo l'Italia? [...]. Volemmo vincere o perire col Piemonte. Perdemmo, ma ci è rimasto un bene immenso. Il sentimento nazionale [...] ora ha una bandiera, una tribuna, una stampa libera, ed una opinione irresistibile [...]. Oh, una bandiera piemontese sventolante per le coste di Napoli! Quanti cuori farebbe ella battere! . Sono passi di un articolo noto, pubblicato nel Diritto del 5 ottobre 1855, contro la rinnovata, e inquietante, prospettiva murattiana. Nel 1896, Carducci, curatore di una celebre antologia, pose alle soglie del Risorgimento un lungo brano dei Discorsi sulle Deche di Livio, scritti da Pietro Giannone proprio nella prigionia sabauda. Ma anche Carlo Boncompagni, nel 1867, aveva posto fra gli archetipi della tradizione liberale piemontese la petizione indirizzata nel luglio 1799 dal Botta al Consiglio dei Cinquecento. Il poeta, indulgendo a una corriva retorica patriottica, parlò del magnifico suono del proclama di Rimini, che aveva distolto Alessandro Manzoni dalle strofette degl'inni sacri , avviandolo alle stanze della vecchia canzone italica. Invece, l'ammirazione per il re dal brando slegato che tentava di mantenere immuni dal servaggio almeno le regioni meridionali, e pronunciava finalmente la parola attesa da tante etadi aveva prodotto versi certo non esaltanti, pur se fra i più popolari di tutto l'Ottocento. Forse De Sanctis non sapeva che, in quelle concitate e confuse vicende politiche, anche il cavalier Pellegrino Rossi, commissario civile, aveva dettato proclami da Bologna e da Modena; ma sapeva bene che Gabriele Pepe aveva scritto una canzone all'Italia inviandola appunto al re di Napoli Canzon, vanne a Gioacchino [...]. E l'incita ad oprar, se al memorando Nome di grande agogna e di divino -; e sapeva che Luigi Biondi, poi insignito di un titolo nobiliare da papa Della Genga, aveva cantato il condottiero capace di rendere al bel paese esperio la gloria avita , il novello Augusto per le cui imprese l'Italia avrebbe finalmente racchiuso [...] un popol solo. Molto aveva contribuito al mito dì Murat anche una grande pagina nella severa, inimitabile prosa di Pietro Colletta: Prima che io scenda alla bassezza degli eletti giudici aveva detto il re nella prigione del Pizzo, vanamente contestando la legittimità del giudizio molte pagine dovranno strapparsi dalla storia d'Europa.
In Italia, ovviamente, un Béranger murattìano era inconcepibile; ma i rinnovati fasti imperiali di Francia, le stesse personali propensioni del