Rassegna storica del Risorgimento
DE SANCTIS FRANCESCO; EBREI STORIA; FORTUNATO GIUSTINO
anno
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1993
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pagina
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301
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Istituzioni e Risorgimento 301
fosco figlio d'Ortensia , trasportavano qualche superstite nostalgia su un terreno molto più concreto e pericoloso, sconvolgendo l'inquieta vigilia degli esuli napoletani. De Sanctis ricordò che i compagni di Mario Pagano e di Cirillo avevano accettato di diventare maggiordomi e ciambellani, in un torbido e diffuso clima di cortigianeria per cui i liberali imitavano in bassezza e servilità gli antichi borbonici. Più tardi, nella Storia della letteratura italiana nel bellissimo capitolo su Ugo Foscolo i avrebbe scritto: La vecchia generazione se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti [...]. I repubblicani a Napoli e a Milano venivano gallonati nelle anticamere regie . La scelta sabauda e liberale, nonostante le pie illusioni sulle capacità evocative della bandiera, si giustificava con una considerazione molto semplice: dai ranghi murat-tisti erano usciti, fra gli altri, Carlo Filangieri, Giustino Fortunato senior e il principe di Ischàtella, strumenti più o meno docili e consapevoli del dispotismo borbonico. Anche Silvio Spaventa parlava per quegli uomini di ignobile sommo interesse privato . Nell'agosto 1855 proprio nella chiesa neoclassica torinese che degnamente celebrava l'insperata fine del'egemonia napoleonica si erano officiati i funerali di Guglielmo Pepe. Amava Gioacchino aveva detto De Sanctis in un commosso discorso e volea farne un re liberale ed italiano; ma Gioacchino era debole, ondeggiava tra la moglie, i cortigiani ed il Pepe; e non si risolvea . Perciò, già nel luglio, Carlo Pisacane aveva scritto che bisognava cambiare la musica e non il maestro di cappella.
Sul lento esaurirsi del movimento murattiano, sul ruolo di Aurelio Saliceti e del futuro ministro dell'agricoltura Pepoli, è anche superfluo ricordare il bel saggio di Fiorella Bartoccini. Rimaneva una tradizione di fasto e di splendore, e l'umile, sincera reverenza dei vecchi che, secondo la testimonianza di Benedetto Croce, conservavano religiosamente qualche moneta del magnifico re. Gli articoli di Francesco De Sanctis sul murattismo rivelano, invece, un compiuto orientamento di pensiero, una concezione organica destinata a durare oltre la labile occasione politica e ad improntare alcune fondamentali scelte postunitarie. La distinzione fra libertà civili garantite e libertà politiche conculcate assurgeva a saldo discrimine contro le tentazioni di rinnovate, più o meno dissimulate, monarchie amministrative; e il regime parlamentare piemontese si proponeva come unico modello per il processo di unificazione. In quella distinzione era il limite storico dell'epopea napoleonica e la radice della diffidenza verso gli epigoni: Napoleone, avverso ad ogni libertà politica, fu il più. ardito rivoluzionario in fatto di riforme civili, che egli accettò (tedia Rivoluzione ed introdusse in tutti gli Stati da lui occupati. Questi furono grandi benefìzi de' governi napoleonici [...]. Gioacchino [...] mantenne le riforme civili, ma violò soldatescamente tutte quelle che aveano qualche attinenza con la libertà. De Sanctis sarebbe ritornato su questi argomenti fin nelle lezioni della seconda scuola. Fra le molte esperienze della giovinezza , aveva anche studiato diritto; e ammetteva di aver tratto giovamento dalla eterna raccolta di massime , dove aveva, in ogni caso, rinvigorito il suo latino. Forse se ne ricordò, se lesse un