Rassegna storica del Risorgimento

DE SANCTIS FRANCESCO; EBREI STORIA; FORTUNATO GIUSTINO
anno <1993>   pagina <304>
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Giani ranco Liberati
Novecento, in un bellissimo sonetto, da Georg Heym, felice precursore di forme liriche espressionistiche: molto opportunamente Carlo Moos lo storico dell'* altro Risorgimento cattaneano ne ha rinnovato il ricordo. Un'immane angoscia sembra gravare sul fondo oscuro delle Alpi, sul cupo silenzio della pianura, sul vasto spazio vuoto tra Bormida, Ta-naro e Scrivia, minacciato dalla tempesta. Neanche un alito di vento scuote i canneti nel greve respiro della natura , quando dai ponti militari costruiti per Melas il primo scoppio di una granata annuncia nel bagliore una nuova storia. La suggestione goethiana di Valmy si as­socia, nel ricordo carducciano, alla splendida calma e al sacrificio eroico di Desaix. La Francia scrisse Thiers aveva perduto il suo cittadino più fedele. Gli storici militari ritengono che Napoleone abbia impostato e diretto molto male la battaglia dì Marengo; pure, la vittoria nella pia­nura piemontese segnò il passaggio daEa dittatura d'un popolo alla dittatura d'un solo . Come la Convenzione aveva voluto introdurre a cannonate la libertà in Europa scriveva De Sanctis , così i colpi di sciabola napoleonici avevano introdotto il codice civile e un modello amministrativo unitario. La scuola liberale era stata la più chiara rea­zione agli eccessi di sciabole consegnate ormai all'epopea. La storia di quella scuola, e la storia della scuola democratica erano in una diffi­cile sintesi critica la storia del cervello umano nel secolo XIX . L'ideale democratico aspirava ad una società fondata sulla giustizia distributiva e sull'uguaglianza di diritto, che per i più avanzati era anche uguaglianza di fatto; esso era affidato alla forza impulsiva di un vapore straordinario, capace di sorreggere un vasto movimento so­ciale. Era, infatti, affidato all'ingegno: lo Stato libero è la coltura diven­tata governo . Con rapida e felice sintesi, Ghisalberti nota il ruolo cen­trale dell'idea di nazione; la netta distanza dalle posizioni degli hegeliani di Napoli; l'aspirazione ad un progresso civile più radicato nella coscienza popolare. Nel saggio su Mazzini e la scuola democratica, De Sanctis avrebbe parlato di scrittori capaci di considerare il popolo quale ful­cro delle loro descrizioni e delle loro storie. Alla formula di Ghisalberti voglio solo aggiungere le pagine, forse meno solenni, dedicate a un mo­desto esponente dell'altra scuola, a Pietro Paolo Parzanese e alla sua ap­partata vicenda, nel quieto villaggio irpino rallegrato da operose filatrici e confortato dal doro tacito esempio; o il riferimento congiunto, nel Viaggio elettorale, ad una poesia di Giuseppe Regaldi sul Vulture e alle concrete opportunità di progresso economico e sociale della regione, le­gate alla linea ferroviaria poi realizzata per il tenace impegno di Giustino Fortunato. La distinzione fra le due scuole, osserva ancora Ghisalberti, poteva talora anche dissolversi, in una zona vaga nella quale confluivano diverse tendenze. Si comprende bene, d'altronde, come la cultura diven­tata governo non potesse disperdersi negli infidi rivoli delle autonomie locali, e avesse bisogno, per esprimersi, di uno strumento unitario, corri­spondente all'unità del fine. La vecchia, salda tradizione della monarchia amministrativa recuperava uno spazio più vasto e più rilevante che le pur grandi benemerenze civili; e la scelta per il rigido accentramento