Rassegna storica del Risorgimento

DE SANCTIS FRANCESCO; EBREI STORIA; FORTUNATO GIUSTINO
anno <1993>   pagina <305>
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Istituzioni e Risorgimento 305
diffuso da Napoleone come il codice civile, a colpi di spada inverava ancora una volta le intuizioni di Tocqueville.
De Sanctis sollecitò l'approvazione della legge comunale e provin­ciale, contro le molteplici tensioni regionalistiche; e temette che la legge sull'abolizione del contenzioso amministrativo potesse rendere meno pronta e completa la tutela dello Stato. Noi ci chiamiamo '89, aveva scritto il 14 giugno 1864, auspicando un altro trionfo dell'uguaglianza e del dritto comune, e ispirandosi non invano all'eredità della grande na­zione; ma, qualche giorno dopo approvata la legge alla Camera , aggiunse: Vi si sarebbe desiderato maggior guarentigia per gli affari trattati dall'Amministrazione, e minor complicazione di disposizioni. Francesco Crispi, che venticinque anni dopo avrebbe condotto in porto la riforma, parlava allora di una promettente California paesana per gli avvocati d'Italia. È lecito supporre che la notevole attenzione del critico letterario agli assetti istituzionali fosse, almeno in parte, frutto dei tenta­tivi giovanili di vincere l'inesorabile noia volfiana, ricordati con animo grato anche negli anni più tardi. Nel 1874, commemorando Francesco Trincherà con cui aveva polemizzato duramente nell'anno dell'illusione murattiana , De Sanctis avrebbe rievocato l'entusiasmo provato nell'in-frangere i miopi, immobili confini borbonici segnati da Eineccio. Aveva così potuto finalmente rivolgersi al Cours de droit naturel di Ahrens e al trattato di diritto penale di Pellegrino Rossi. Infatti, seppe cogliere un aspetto in apparenza marginale nel dibattito sull'unificazione amministra­tiva le ricorrenti proposte di sopprimere le patetiche sottoprefetture , e ne trasse un felicissimo spunto, collegando con limpida e profonda coe­renza le ragioni deiraccentramento ai nuovi compiti dello Stato. Giusta­mente Ghisalberti si sofferma sul celebre articolo del gennaio 1864. Era necessario scegliere, per un ufficio così delicato, funzionari capaci di distruggere in una faticosa pedagogia quotidiana la fitta trama delle clien­tele, che soprattutto nel Mezzogiorno si annidavano nelle infinite peculiarità locali; era necessario scegliere funzionari capaci di combattere il male scomponendolo nelle sue parti. Erano stati, infatti, proprio i sot­tintendenti gli ultimi e più utili tirannelli di tutta quella lunga catena di despoti, sulla quale si era fondata la monarchia di Ferdinando II. Perciò De Sanctis non riusciva a comprendere il sincero stupore di alcuni colleghi deputati piemontesi, che nella discussione sulla legge comunale e provinciale trovavano fra i napoletani i più fieri ed ostinati sosteni­tori dell'unità e dell'accentramento. Qualche mese dopo, nel maggio, avrebbe riaffermato l'italianità convinta dei meridionali, contro le non sopite vel­leità federalistiche d'oltralpe e le polemiche del visconte de la Gueronnière: I napoletani sono forse i più italiani di tutti gli italiani . D'altronde, già i primi tre anni della rigenerazione unitaria e liberale lasciavano in­tuire i futuri mirabili progressi. Ma, veramente, la France, almeno in quell'artìcolo, aveva scritto solo che i napoletani erano incapaci di gover­narsi essi medesimi. E purtroppo non c'era più nemmeno la speranza, come ai tempi del murattismo, di qualche crociera navale, per mostrare la bandiera, lungo le coste tirreniche.
Dopo le contraddizioni e i fallimenti del '48, la corrente democra­tica napoletana subì il distacco del nucleo socialista ispirato da Carlo Pisacane che voleva, infatti, cambiare la musica e non solo il <mae-