Rassegna storica del Risorgimento
DE SANCTIS FRANCESCO; EBREI STORIA; FORTUNATO GIUSTINO
anno
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1993
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306
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Gian Ireneo Liberati
stro , e quindi si logorò nel vano tentativo di contrastare l'unificazione sabauda. Così scrive Enrica Di Ciommo in un recente, bel libro sulla questione nazionale nel Mezzogiorno. È giusto chiedersi se il dissolversi della democrazia radicale nel già complesso panorama politico e culturale del paese non sia maturato proprio nel fallimento dell'esperienza rivoluzionaria. Ma, una ricerca che finalmente non considera le domande di diritti e di democrazia come un semplice derivato di movimenti sociali una ricerca che privilegia perciò i temi politici come terreno elettivo per comprendere gli stessi processi di mutamento sociale non può non essere attenta anche ai profili istituzionali. La democrazia napoletana aveva sostenuto istanze autonomistiche; non è difficile, però, comprendere come proprio la sconfitta del '48 indicasse la via verso il più rigido accentramento, verso un replicato tentativo di dare alla crisi sociale una risposta politica. La storia del Mezzogiorno repubblicano soprattutto la più recente, legata alla concreta gestione di rilevanti autonomie impone quanto meno ai meridionali di continuare a riflettere. Tramontato il mito del buongoverno, anche le suggestive conclusioni proposte da Massimo Salvadori appaiono piuttosto lontane e affidate ad una compiaciuta temperie culturale, nutrita di dogmi indefettibili. È superfluo ripetere che sulla svolta accentratrice influirono le reazioni sociali e la durissima repressione del brigantaggio: basti ricordare alcune note pagine di Ernesto Ragionieri. Ma certo non è inutile tentare di ricondurre il dibattito sull'accentramento, o alcune significative scelte a favore dell'accentramento, anche ad esperienze preunitarie. Forse, la vicenda politica di Francesco De Sanctis dalle polemiche sul murattismo al manifesto del governatore dell'Irpinia fino all'articolo sui sottoprefetti non si inserisce perfettamente in questo ipotetico, ma persuasivo, schema. La conversione di Francesco Crispi, autore della prima riforma alla legge comunale e provinciale del 1865, acquista ben altro valore emblematico. E, tuttavia, il letterato meridionale aveva ragione di irridere l'ingenuo stupore dei deputati piemontesi, pur assuefatti ormai ad una solida pratica parlamentare. La dialettica accentramento-autonomie si svolse lungo tutto il processo di unificazione, e sopravvisse ben oltre il suo compimento, segnando la storia dell'Italia unita con la netta ed inconfondibile impronta di una questione irrisolta. Tramontate le ipotesi federalistiche, abbandonate le concilianti aspirazioni neoguelfe, il dibattito sulla forma dello Stato unitario avviato con il celebre concorso bandito nel 1796, per consiglio dello stesso Bonaparte, dall'Amministrazione generale della Lombardia si trasferì sulla ampiezza e sui contenuti delle autonomie locali. Carducci accolse la dissertazione premiata di Melchiorre Gioia nella sua preziosa antologia, in cui, fra l'altro, aveva compreso con l'impegnativo titolo Italianità del Piemonte un capitolo tratto dal saggio Dell'uso e dei pregi della lingua italiana di Giovanni Francesco Galeani Napione. Le armi piemontesi guidate dal valore e dal senno de' nostri sovrani furono in ogni tempo 'l'antemurale dell'italica libertà: una polemica linguistica contro il francesismo dilagante legittimava un merito precoce quanto opinabile per la monarchia costituzionale autrice dell'unificazione. Il più antico principato d'Italia, rifondato da Emanuele Filiberto di cui Vittorio Emanuele II poteva anche apparire erede immediato , ne aveva sempre sostenuto colle armi e col consiglio la libertà e >la gloria .