Rassegna storica del Risorgimento

DE SANCTIS FRANCESCO; EBREI STORIA; FORTUNATO GIUSTINO
anno <1993>   pagina <313>
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Istituzioni e Risorgimento
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mato Felice Barnabei ricordava un rigido valentuomo lombardo, il prefetto Evandro Caravaggio, che aveva opposto una catena di spietati controlli alle disinvolte, perverse consuetudini dilapidatone degli ammini­stratori venosini, e aveva insistito fino a minacciare una gestione commis­sariale perpetua, una legge speciale, di fatto più volte proposta a De-pretis e, nel 1881, allo stesso re Umberto, durante la sua visita in Lucania. Nel 1913, un altro noto politico lucano, Floriano Del Zio, aveva comme­morato in Senato l'inflessibile prefetto. I bilanci di Venosa si assestarono in qualche modo solo verso la fine del secolo: almeno in un caso, da grande lezione di Francesco De Sanctis, maturata fra le delusioni del '48 e l'esilio piemontese, si era rivelata efficace, e la pedagogia prefettizia affidata nella dimensione unitaria a -un lombardo aveva potuto valersi di un esemplare gluten iuris. Giustino Fortunato parlò appunto di dura lezione, ma poi aggiunse che di quella facoltà, nel Mezzo­giorno, più i governi si dissero democratici e più abusarono .
Come ho già detto, un libro che raccolga saggi diversi non può non imporre al lettore una scelta; e, in questi casi, ogni scelta appare arbi­traria. Nessun legame, infatti, sembrerebbe esistere fra la seconda eman­cipazione degli israeliti, fra le Ricerche di Cattaneo o l'opuscolo di Mas­simo d'Azeglio, e l'opera politica di Francesco De Sanctis: nessun legame anche per chi ricordi padre Bresciani e l'Ebreo di Verona. Secondo il dottore Sterbini, gli ebrei approfittavano dei loro infiniti, capillari rap­porti commerciali per tessere trame continue in Italia i in: Germania, in Polonia o in Ungheria, e diffondevano persino i libri: erano il tele­grafo elettromagnetico della rivoluzione repubblicana. Per tali nascosti tramiti, d'altronde, il saggio di Cattaneo era pervenuto a Raffaele Artom oltre le frontiere piemontesi. A Polissena che gli suggeriva invece una sana diffidenza verso gente sozza, ignorante, taccagna, vigliacca , Ster­bini rispondeva che certi fremiti rivoluzionari non esprimevano affatto magnanime opinioni politiche: Purché la risurrezione d'Europa ricroci­figga e riseppellisca il Nazareno, ci darebbono insino alla pelle . Perciò De Sanctis aveva potuto scrivere: Osate, padre Bresciani, di dire la verità nuda e cruda: nella rivoluzione tutto dee essere diabolico, tutto opera del diavolo. Forse il buon padre aveva trovato qualche documento, più che degno di fede, attestante come Mazzini, Mamiani, Campello, Guer­razzi, Brofferio e il povero Sterbini avessero abiurato il Cristo, prostrati davanti all'altare di Satana, in una cupa quanto goffa atmosfera da tre­genda. Eppure, Luigi Russo confondeva Pietro Sterbini, medico, cantore di Mario Pagano, cospiratore, accusato di aver avuto parte nell'assassinio di Pellegrino Rossi, con Cesare Sterbini, sempre lietamente associato quale librettista alla musica del Barbiere, È un dizionario ambulante , diceva Manzoni del gesuita trentino, vittima di una dovizia eccessiva di vocaboli e di immagini. Non bisognava però confondere aggiungeva il dottore gli ebrei d'Italia, ancora segnati dalla turpe angustia delle segregazioni, con quelli di oltremonti , che nei loro straordinari paesi sarebbero prima o poi diventati anche gentiluomini di camera ne' palazzi reali*. Rileggendo l'Assedio di Firenze di Guerrazzi, Folco Portinari ha osservato con garbata arguzia che bisognerebbe cercare non tanto i nipotini quanto i genitori di padre Bresciani. Nel 1855, ben altro sembrava tuttavia preoccupare Francesco De Sanctis.