Rassegna storica del Risorgimento

DE SANCTIS FRANCESCO; EBREI STORIA; FORTUNATO GIUSTINO
anno <1993>   pagina <314>
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Gianfranco Liberati
La garanzia delle libertà civili per una minoranza storica e la riflessione di un sommo critico letterario sulla costruzione dello Stato italiano possono sembrare temi atipici o vicende marginali rispetto agli ambiti consueti della ricerca storico-giuridica. Ma la mia scelta appare pienamente giustificata se i due saggi si leggono secondo una sostanziale prospettiva unitaria, perché entrambe le esperienze, pur fondate su pre­supposti lontanissimi, convergono verso la grande e fervida stagione del liberalismo subalpino, verso quel ciclo politico che iniziato nel 1848 Giustino Fortunato riteneva concluso nel 1876. Quando De Sanctis respingeva le lusinghe murattiane e gli esempi della scuola di Maupas , quando recensiva il romanzo di padre Bresciani e sentiva la cultura lo­cale lontana quanto il Giappone, nell'asfittica accademia sabauda trion­favano ancora le innocue orazioni di Pier Alessandro Paravia, come quella suBa responsabilità dello scrittore, irrisa da Bertrando Spaventa, anch'egli non proprio a suo agio in quel clima. Sergio Landucci seppe com­prendere il difficile impegno dell'esule nel conciliare l'ispirazione democra­tica mazziniana con il sano realismo della soluzione piemontese. Ma, intanto, la pratica del regime parlamentare si consolidava; De Meis scri­veva al suo maestro: Vi è un ministro che vuole che il professore siate voi, ed è Cavour ; e Isacco Artom saliva lentamente ai più alti gradi della gerarchia amministrativa.
Tutta la ricerca di Ghisalberti si svolge intorno al nucleo del costi­tuzionalismo risorgimentale della felice esperienza piemontese, delle sue più lontane origini, dei suoi esiti postunitari , intorno ai suoi va­lori etici e culturali; e attraverso la storia delle istituzioni riflette la complessa realtà politica e sociale di un'epoca. Secondo un'ottica opposta, e necessariamente complementare, la recente, pregevole sintesi di Alfonso Scirocco sugl'Italia del Risorgimento ripercorre giustamente un faticoso e contraddittorio processo di modernizzazione anche nelle sue più rile­vanti conseguenze istituzionali. Ho già detto che il volume di Ghisalberti si chiude con un triste accenno alle leggi razziali: il netto, violento con­trasto con una tradizione liberale logora ma ancora significativa minacciò anche la drammatica frattura con una diffusa e civilissima consuetudine alla tolleranza. Nel 1933, dopo quasi un anno di governo nazista, Chaim Weizmann aveva confessato a Pietro Quaroni con sottile ambiguità che se in tutta l'Europa gli ebrei si fossero integrati, come in Italia, in uno stabile assetto sociale, il progetto politico di Herzl, così profonda­mente condiviso da Francesco Ruffini, non si sarebbe mai realizzato. Lo stesso Mussolini si era dimostrato molto sensibile all'argomento; e si era lamentato con Weizmann per l'eccessiva dipendenza dell'industria chimica italiana da quella tedesca, ricevendone imbarazzanti promesse. I celebri Colloqui con Emil Ludwig offrivano d'altronde la più autorevole conferma. Dopo il 1938, invece, il diritto alla possidenza rivendicato da Carlo Cattaneo si sarebbe riversato nelle casse del famigerato ente per le gestioni e le liquidazioni immobiliari. Ancora una volta la pro­prietà fondiaria costituiva un triste segno di contraddizione. Gli ebrei scrisse Heine, introducendo in un ridente paesaggio renano la malin­conica storia del Rabbi erano odiati wegen ihres Glaùbens, ihres Rcichtums und ihrcr Schuldbucher . Nella scena finale, catartica di Tvanhoe, la bellissima Rebecca diceva a Lady Rowena, ultima cortese