Rassegna storica del Risorgimento
DEMARCO DOMENICO; STATISTICA MURATTIANA 1811
anno
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1993
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pagina
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391
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Libri e periodici 391
Vincenzo Gioberti e tanti altri protagonisti comprimari od anche soltanto secondari del nostro Risorgimento, Destinatari delle lettere di Massimo d'Azeglio sono anche i naturali referenti del suo pensare e del suo agire politico negli anni della vigilia rivoluzionaria caratterizzati, tra l'altro, dall'Ottavo Congresso degli Scienziati di Genova del settembre 1846 e dall'episodio, per molti aspetti premonitore pur nella sua limitatezza, della difesa di Ferrara dell'estate 1847.
Anni di attesa che videro il futuro statista impegnarsi nella concezione, nella preparazione e nella discussione dei piani delle prossime lotte, piani che rifuggono ormai dai superati e contestati atteggiamenti di congiure e di sette e che invece si traducono in precisi disegni politici. La rilettura della sua Proposta d'un programma per l'opinione nazionale italiana, effettivo manifesto del moderatismo liberale nel quale militava, ne offre piena testimonianza, arricchita nel suo valore probatorio dalle molteplici lettere che fanno ad esso riferimento chiarendone portata e finalità ai molti che coll'Azeglio avevano un idem sentire de republica. E ciò mentre una rivisitazione dello scritto Dell'emancipazione civile degli Israeliti, al lume delle espressioni contenute in qualche lettera dall'Epistolario da il senso della carica etica motivante il suo approccio politico.
Carica etica che sola può aiutarci a comprendere gli atteggiamenti e le scelte degli anni successivi quando, raccolto il Piemonte prostrato dalla brumai Novara, l'Azeglio saprà salvarlo dalla reazione conservandolo alle libertà statutarie ai tempi del tanto contestato e discusso proclama di Moncalieri e lo awierà alla modernizzazione con le leggi Siccardi il cui contenuto laicizzante e liberale pienamente ne rifletteva spirito ed ideali.
Ma ciò verrà provato dai prossimi volumi!
CARLO GHISALBERTI
GIANNI MARONGIU, Alle radici dell'ordinamento tributario italiano (Il Diritto tributario, s. I, LXXI); Padova, CEDAM, 1988, in 8, pp. XXX-835. L. 75.000.
In tre anni dal 1859 al 1861 si costituì l'Unità italiana in maniera tanto rapida quanto improvvisa. Ad onta di una storiografia (per la verità ormai con pochissimi epigoni) che volle vedere nella formazione dello Stato italiano la meta finale di un disegno organico messo a punto all'indomani del 1849, non si può oramai discutere sulla innegabile realtà di un processo unitario conseguito per l'abile e incisivo gioco sulle contingenti contraddizioni ohe il rapido mutamento della realtà europea presentò nel triennio a cui ci siamo riferiti. Fu merito soprattutto di Cavour e Garibaldi, alfieri rispettivamente di una Destra subalpina avanzata e nazionale e di una Sinistra pragmatica e popolare , l'aver saputo approfittare dì quanto il quadro internazionale permetteva, e, soprattutto, l'aver anteposto la ricerca della convergenza dei fini e del concerto politico comune alla realtà delle profonde diversità delle rispettive matrici ideologiche e al radicato contrasto presente nella visione dell'Italia da costruire.
Vi è dunque una evidente fragilità nello Stato che nasce nel 1861: l'aver messo le vele giuste per cogliere il vento favorevole che spirava dal resto d'Europa giustificava anche il timore che, con un improvviso mutare delle condizioni, lo stesso vento non avesse a disporsi in modo avverso e mandare a picco in breve tempo la barca del Regno d'Italia. Sul fronte interno, inoltre, la convergenza tra Destra cavouriana e Sinistra garibaldina non garantiva una lunga persistenza, e lo scontro del febbraio 1861 in Parlamento tra i due alfieri del movimento nazionale era lì a testimoniare della profondità dei contrasti di fondo.
La previsione che lo Stato italiano non avrebbe retto a lungo era formulata continuamente sia in attendibili ambienti europei, sia in potenti ambiti nazionali: per ripren-