Rassegna storica del Risorgimento

DEMARCO DOMENICO; STATISTICA MURATTIANA 1811
anno <1993>   pagina <405>
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Libri e periodici
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quello di fare, come suol dirsi, il punto sullo stato della ricerca e di fornire indica­zioni incisive e sintetiche per gli auspicabili sviluppi di essa, ora tratteggiando alcuni aspetti significativi del pensiero e dell'attività di Meda in merito a questioni di ordine politico generale e concernenti il movimento cattolico, ora iniziando la discussione su momenti specifici, e ancora poco noti, della sua vita pubblica.
Che il programma di Meda, a livello amministrativo in un primo tempo e poli­tico successivamente, abbia costituito una svolta, sin dagli ultimi anni di governo Crispino, nel quadro del cattolicesimo lombardo e nazionale, sembra ormai un dato acquisito dalla storiografia. Come sostengono nelle loro relazioni Fausto Fonzi (Filippo Meda nella storia e nella storiografia del movimento cattolico italiano), Guido Focmi-goni {Stato e partiti nel pensiero di Filippo Meda) e Mario Belardìnelli (Filippo Meda e le questioni amministrative), l'intransigentismo del giovane dirigente milanese si collo­cava già, tra il 1893 e il 1896, lungo direttrici che se ancora indulgevano per alcuni aspetti a formulazioni ideologiche tipiche, come ritiene Formigoni, della tradi­zione della dottrina politica cattolica controrivoluzionaria (p. 98) quale era, ad esempio, la rivendicazione della superiorità della democrazia sostanziale rispetto a quella ghisnaturalista prospettavano nuove strade al laicato cattolico, tanto nell'azione ammi­nistrativa quanto in quella politica vera e propria, sempre accidentata e pericolosa, considerato l'atteggiamento ufficiale della Curia romana. Meda, insomma, iniziava; ad introdurre seriamente nei dibattiti interni all'Opera dei Congressi l'idea della necessità di costituire un partito cattolico che si collocasse sul terreno della competizione con gli altri partiti, sulla base di programmi e di principi nettamente delineati, non rinun­ciando, tuttavia, alla possibilità di dare vita ad alleanze tattiche con altre forze poli­tiche, senza opportunistiche confusioni; un partito, anche, che ridefinisse in senso auto­nomistico le relazioni con l'autorità ecclesiastica e abbandonasse completamente ogni legame, anche remoto, con la tradizionale rivendicazione temporalista.
Si trattava, pertanto, di un intransigentismo e di una ipotesi di partito che ribadendo, da un canto, un giudizio di merito negativo sulla tradizione conciliatorista, ormai appiattita su posizioni di puro e semplice conservatorismo politico-sociale, rom­pevano, dall'altro, con il vecchio antistatalismo virulento di Albertario e Murri. Polemiz­zando, a cavallo dei due secoli, proprio con il sacerdote marchigiano, che identificava lo Stato liberale italiano, le sue istituzioni e la sua classe dirigente, con la reazione antipopolare della borghesia atea e massonica, e ne auspicava la distruzione attraverso una lotta senza quartiere che riconquistasse al cattolicesimo rinnovato l'entusiastico con­senso delle masse oppresse, Meda cominciava ad individuare la positività di almeno una parte dei principi e delle realizzazioni del liberalismo. Anche in seguito alla riflessione maturata dopo la crisi di fine secolo, che aveva posto in serio pericolo con le sue manifestazioni repressive e autoritarie lo sviluppo dello stesso movi­mento cattolico, egli, allontanandosi da ogni ipotesi neocorporativa cara alla scuola sociale di Toniolo, si volgeva ad una rivalutazione dello Stato, considerato ora quale supremo garante del bene pubblico e individuale e moderatore delle conflittualità so­ciali, senza trascurarne, tuttavia, le opportunità di riforma attraverso la libera dialet­tica parlamentare. , questo, un passaggio molto significativo del suo percorso politico e culturale, che in passato è stato quasi sempre interpretato dagli storici come il segno di una precoce conversione al moderatismo e dell'abbandono delle precedenti istanze di rinnovamento. Da una simile lettura mettono però in guardia Fonzi e Formigoni, per :i quali ravvicinamento a Gioì ini compiuto da Meda e da ritenersi il frutto maturo di un atteggiamento realistico che aveva per obiettivo la realizzazione di alcuni punti qualificanti del programma cattolico, come il suffragio universale e la riforma tributaria: una posizione, nei riguardi dello statista piemontese, per molti versi analoga a quella che Filippo Turati assumeva da un'altra sponda politica.
Accettando gli obiettivi dell'azione di governo di Gioì itti egli finiva, comunque, per attenuare gradualmente l'originario impulso riformatore, in modo più evidente dopo l'affermazione delle tendenze rivoluzionarie in seno al Partito socialista nel 1911-12. Inoltre, il prevalere dell'esigenza di salvaguardia della realtà statale rispetto ad ogni