Rassegna storica del Risorgimento

DEMARCO DOMENICO; STATISTICA MURATTIANA 1811
anno <1993>   pagina <406>
immagine non disponibile

406
Libri e periodici
progetto innovatore rimarcava la distanza esistente fra Meda e Sturzo, non solo in merito al giudizio generale verso il giolittismo (valgano, in proposito, le opposte valu­tazioni espresse dai due uomini sul Patto Gentiloni), ma anche sul tema al primo strettamente correlato della natura e del ruolo del partito cattolico da costruire, che il dirigente milanese, nel momento in cui riconosceva esplicitamente la bontà dello Stato liberale, finiva per prospettare come un'organizzazione essenzialmente parlamentare e dì vertice, non ponendo mai effettivamente, nota Formigoni, il problema di una base sociale e di una dimensione organizzativa che andasse al di là dei saldi legami (peraltro molto variegati) che ogni deputato aveva nel suo collegio di provenienza ip. 114). Meda, sia pure in maniera non esplicita, si affidava così alla conservazione di un sistema localistico e tendenzialmente oligarchico della rappresentanza politica, che collideva vistosamente anche con quanto andava elaborando il cattolicesimo demo­cratico, nei medesimi anni, in tema di allargamento e di riforma del suffragio elet­torale; inoltre il partito da lui prefigurato avrebbe dovuto ricevere propulsione e indirizzo dal gruppo parlamentare e non essere dotato come invece pensava Sturzo di una forte struttura direttiva extraparlamentare che vincolasse di fatto il mandato dei deputati alle proprie deliberazioni.
Gli anni della guerra accelerarono il processo di formazione del partito catto­lico e le divergenze tra Meda e Sturzo. Come ha rilevato Giorgio Campanini nel suo denso saggio su Meda, Micheli e La politica nazionale , che ha illustrato la natura degli scritti di Meda apparsi sulla rivista fondata nel 1916 dal suo amico cattolico deputato scritti che costituiscono un importante "passaggio" nella lunga e gra­duale marcia di avvicinamento dei cattolici allo Stato unitario {p. 168) tra il 1916 e il 1918 appaiono nettamente antagonistiche le posizioni del sacerdote siciliano e dell'avvocato lombardo. Mentre il primo perseguiva lo scopo di dare vita ad un partito autonomo dalla gerarchia (e in ciò si individuava uno dei pochi punti di con­tatto con il suo rivale) e alternativo alle forze liberali moderate, il secondo inclinava esplicitamente verso una soluzione di compromesso con la vecchia classe dirigente. La formazione del Partito popolare a cui Meda aderiva, seppure tardivamente non attenuava le sue diffidenze verso una linea politica che, nel nuovo clima del dopo­guerra, contribuiva, a suo avviso, ad indebolire la capacità dello Stato a fornire una risposta di alto profilo alle tendenze eversive che maturavano all'estrema sinistra e all'estrema destra. Dinanzi al fascismo egli coltivò per qualche tempo l'illusione, comune a gran parte della vecchia generazione liberale, di poterne incanalare la ca­rica sovvertitrice nell'alveo costituzionale e farne un elemento di conservazione della legalità; illusione che andò progressivamente scomparendo tra il 1922 e il 1924, senza, tuttavia, che Meda avvertisse la necessità di manifestare pubblicamente un dissenso netto nei riguardi del regime che veniva costituendosi. Anzi egli si adoperò affinché prevalesse la linea di partecipazione dei popolari al governo Mussolini, espresse la propria contrarietà alla scelta aventiniana del 1924 ed avallò la legge Acerbo nel 1923
gettando alle ortiche ciò per cui Sturzo si era fortemente impegnato e che Meda stesso ancora considerava come la migliore espressione della rappresentanza ancora una volta hi nome della stabilità dell'esecutivo che, però (e Meda non poteva non accorgersene), incarnava sempre meno quell'ideale di imparzialità dello Stato che egli aveva difeso sin dalla polemica con Murti un quarto di secolo avanti.
Si concretava, pertanto, un ripiegamento che scaturiva, oltre che da timidezze conservatrici, anche dalla consapevolezza degli eccessi repressivi a cui il fascismo, saldamente al potere, avrebbe potuto sottoporre quanto ancora restava del patrimonio di esperienza e di cultura del cattolicesimo politico, ormai non più difeso neppure dalla Santa Sede che aveva, con Pio XI. imboccato decisamente la strada dell'accordo con Mussolini, Se Meda si teneva lontano dallo slittamento verso 11 elenco-fascismo
suo indubbio titolo di merito scontava alla fine (dopo essere stato, ancora nel­l'altro secolo, l'iniziatore di una stagione di rinnovamento realistico del clericali ) l'estraneità concettuale alle esigenze della società e della politica di massa.
STEFANO PARISELLI