Rassegna storica del Risorgimento

OLIGARCHIE CITTADINE ITALIA SEC. XVIII; UNIVERSIT? ITALIA SEC.
anno <1993>   pagina <441>
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Università nell'Italia del Settecento 441
la dotazione finanziaria dell'università, ad ottenere una maggiore equità delle retribuzioni, a modernizzare la didattica nei contenuti e nei metodi, non venivano inserite in una trasformazione dell'intelaiatura istituzionale dell'ateneo ma, nella visione dei loro promotori, avrebbero dovuto essere realizzate all'interno del sistema vigente.
Questo si fondava ancora sulla prammatica Regimine studiorum del 1616 in base alla quale il governo dell'università era affidato al cap­pellano maggiore venendo così a dipendere da un corpo di natura eccle­siastica che costituì sempre un intralcio ad un decisivo svecchiamento degli studi superiori. E se il conservatorismo del cappellano maggiore Diego Vincenzo Vidania aveva scoraggiato gli Austriaci dalTaccogliere le richieste del 1714, il suo successore Celestino Galiani, nonostante la sua cultura e -la grande apertura mentale, non arrivò a concepire di svinco­lare l'università dalle pastoie di un'organizzazione antiquata. D'altra parte, una radicale riforma era difficilmente ipotizzabile nel contesto istituzio­nale del Regno che, sia sotto la guida di Vienna, sia sotto quella di Carlo III di Borbone, restò sostanzialmente refrattario ad una vera rot­tura dell'assetto esistente e fu solo superficialmente scalfito da una poli­tica di svecchiamento perseguita senza sufficiente energia e coerenza.
Ma è soprattutto nella seconda metà del Settecento, quando il diffuso risveglio intellettuale determinatosi sulla scia del pensiero illuministico indusse ad una generale e accentuata critica della tradizione istituzionale, vista ora come obsoleta e retriva, che il collegamento tra riforme univer­sitarie ed erosione delle oligarchie patrizie si rivela con maggiore chia­rezza.14) In particolare, nella Lombardia austriaca emerge come la ristrut­turazione dello studio di Pavia sia potuto giungere a compimento nel quadro di una profonda trasformazione dell'apparato pubblico promossa dall'assolutismo asburgico. Tra il 1749 e il 1755 erano stati completati, nonostante la forte opposizione dei conservatori, i lavori della giunta per il censimento diretta da Pompeo Neri e, sulla base dei dati ottenuti, era stata varata una profonda riorganizzazione dei comuni e delle pro­vince nella quale le cariche pubbliche e i contributi diretti erano distri­buiti in base alla proprietà fondiaria, riducendo sensibilmente autonomie locali e privilegi nobiliari in un'ottica anticorporativa e borghese. Nel ventennio successivo, una serie di provvedimenti avviarono il ridimensio­namento delle prerogative ecclesiastiche e la separazione tra funzioni amministrative e giudiziarie che avrebbero ulteriormente ridotto il parti­colarismo per sottoporre al controllo statale 'razione delle varie magistra­ture prima indipendenti. Questa fase preparava il terreno per la decisiva svolta realizzata negli anni ottanta da Giuseppe II e in essa la riforma universitaria del 1771 occupa un posto di rilievo.15)
M) Utili indicazioni sì possono ancora ricavare in B. PERONI, La politica scola­stica dei principi riformatori in Italia, in Nuova rivista storica, XII, 1928, pp. 265 sgg.
15) G. VIOARI, R. Università di Pavia, in AA.VV., Monografie delle Università, cit., I, pp. 269 sgg.; B. PERONI, La riforma dell'Università di Pavia nel Settecento, in