Rassegna storica del Risorgimento
OLIGARCHIE CITTADINE ITALIA SEC. XVIII; UNIVERSIT? ITALIA SEC.
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1993
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Maria Rosa di Simone
riforma ideata dal ministro Guglielmo Du Tillot in quanto l'indirizzo rega-listico e illuministico degli studi, reso ora possibile, si prestava a fornire il supporto teorico alla azione di svecchiamento dello Stato. Non a caso la caduta del Du Tillot e della sua linea politica, non sostenuta con sufficiente convinzione dai Borbone, determinò insieme con l'arresto dello slancio innovatore, anche una involuzione della vita accademica.
Nel granducato di Toscana, l'organizzazione universitaria di stampo medievale aveva già subito un profondo mutamento nel XVI secolo con i provvedimenti di Cosimo I che, pur lasciando formalmente sussistere alcuni importanti elementi del sistema tradizionale come la presenza di un rettore e di consiglieri tratti dal corpo studentesco, aveva trasferito progressivamente le funzioni direttive e amministrative degli atenei ad organi statali riducendo considerevolmente l'autonomia accademica.20) Tuttavia le università erano gravemente decadute nell'ultimo periodo mediceo, come riflesso della generale crisi dell'ordinamento e, mentre in quella di Siena durante la prima metà del Settecento le strutture risultavano appannaggio del ceto patrizio cittadino, a Pisa il costante e tenace impegno deiruiuminato e filogiansenista Gaspare Cerati, provveditore dal 1733 al 1769, era approdato solo a parziali, anche se significativi risultati21)
La situazione si avviò ad una più decisiva evoluzione sotto Pietro Leopoldo che, nonostante le resistenze delle forze conservatrici, pose le basi per uniformare e stabilizzare effettivamente la pubblica istruzione mediante la creazione a Firenze di un soprintendente generale, incaricato di fissare i libri di testo e i metodi di insegnamento, di designare i docenti da presentare al granduca per la nomina e, in generale, di controllare l'intero settore ritenuto di primaria importanza nel quadro della riforma dell'ordinamento toscano.22) Anche in questo caso emerge come gli sforzi per modernizzare l'università corrispondano ad una politica anticorporativa e livellatrice, in particolare alla ristrutturazione delle istituzioni comunali, nella gestione delle quali si sostituì gradualmente il criterio della selezione di stampo borghese basato sul censo a quello delle prerogative di nascita.
Per contro, negli Stati italiani dove la tendenza all'abbattimento degli antichi privilegi di ceto fu debole o mancò del tutto, l'ormai diffusa esigenza di rinnovamento degli studia non potè trovare una risposta soddi-
D. MARRARA, L'Università di Pisa come Università statale nel granducato mediceo, presentazione di F. DIAZ, Milano, 1965; In., Lo Studio di Siena nelle riforme del granduca Ferdinando I (1589 e 1591), Milano, 1970.
21) N. CARRANZA, L'Università di Pisa e la formazione culturale del ceto dirigente toscano nel Settecento, in Bollettino storico pisano, XXXIII-XXXV, 1964-1966, pp. 469 sgg.; la, L'Università di Pisa nei secoli XVII e XVIII, Pisa, 1971; 1D., Monsignor Gaspare Cerati provveditore dell'Università di Pisa nel Settecento dette riforme, Pisa, 1974.
2Z) L. RUTA, Tentativi di riforma dell'Università di Pisa sotto il Granduca Pietro Leopoldo (1765-90), in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno. Vili, 1979, pp. 197 sgg.