Rassegna storica del Risorgimento
Epaminonda Farini. Domenico Farini. Epistolari. Secolo XIX
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1994
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Margherita Isnardi Parente
doveva necessariamente non essere dispiaciuto, per il suo tono di critica alla burocratizzazione dell'esercito ufficiale e stanziale, oltre che per la concessione rilevante fatta all'idea ed alla prassi di eserciti irregolari. Epaminonda notava tuttavia con una certa ironia come tale concessione fosse compiuta sostanzialmente a scopo strumentale, in previsione della partecipazione ad una guerra ai fini della quale l'apporto poteva essere proficuo.
L'epistolario non ha più lettere di interesse politico fino al triste 1874, quando, in seguito ai fatti di Villa RufE che avevano imposto al governo una stretta vigilanza, Epaminonda venne arrestato senza alcun plausibile motivo e senza alcuna sostanziale ragione, come personaggio sospetto, e rinchiuso per qualche tempo nel carcere di Bologna. Da quest'ultimo provengono le tre lettere che ci interessano, lettere di una dignità estrema: al cugino potente, Epaminonda non chiede se non di potersi avvicinare, pur sempre in regime carcerario che mai si abbassa ad implorarlo di ottenergli la liberazione al paese di Doccia, ove si trova la sua farmacia, per aver modo di attendere sia pur indirettamente a qualche suo modestissimo interesse, sì da non trovarsi del tutto rovinato economicamente e privo della stessa farmacia all'uscita dal carcere. Sull'iniquità e la incostituzionalità del suo arresto, parole fiere ma brevissime e parche. Il come sotto ai caduti governi è sferzante accenno alla continuità fra l'Italia pre e postunitaria.
Se il carteggio durò a lungo, inoltrandosi negli anni '90, una sola di queste ultime lettere, fra le molte di contenuto familiare, ha interesse per lo storico, ed è del giugno 1879: consegue al rifiuto oppostogli da Domenico di inoltrare una sua petizione, inoltro di cui egli si riteneva sicuro,6* e segna un netto progresso nella disincantata amarezza e nella puntualizzazione delle sue differenti posizioni rispetto a quelle del cugino. Si può notare l'amarezza del giudizio ch'egli dà sul governo della Sinistra; nel quale Epaminonda, schieratosi fin dall'inizio con l'ala intransigente del mazzinianesimo, non ebbe certo mai fiducia, ma il cui avvento al potere doveva pur aver suscitato in lui qualche timida attesa. B l'ultima volta che egli si abbandona ad una compiuta espressione del suo credo politico scrivendo a Domenico; nelle lettere ulteriori non ci sarà tutt'al più che un rapido giudizio sul Crispi, padrone dispotico dello Stato .7)
A queste lettere è forse opportuno, a maggior illustrazione del per-
csuli, anche in vista di una possibile loro azione futura in patria. La conoscenza di persona fra il Mazzini ed Epaminonda era avvenuta a Lugano nel 1863, quando questi, dopo i fatti di Aspromonte, era esule a Ncuchatcl.
*) Epaminonda accenna a lettera di Domenico Farini di cui non è rimasta traccia nell'Archivio e che deve considerarsi perduta. Cfr. infra,
T) Lettera del 14 novembre 1890 (A.D.F., busta 309/38,3: non evvi più né Re né altri poteri, ma il solo Crispi padrone dispotico dello Stato).