Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Pavia. Storia. Secolo XIX
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1994
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pagina
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413
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Libri e periodici 413
I suoi erano dunque un razionalismo e un empirismo, come ben sottolinea i'A., propri di un operatore, oltre che di un teorico del diritto. Animata dalla convinzione di una necessaria equità e certezza del diritto, la sua azione si volse così in modo molto naturale contro gli intralci frapposti dai gruppi particolaristici e corporativi operanti nel principato vescovile. In questo senso, e non in base a mero servilismo (di cui fu spesso accusato), va letto il suo costante appoggio alle mire assolutistiche dei principi vescovi contro le forze centrifughe trentine: soltanto un potere forte e centralizzato avrebbe infatti, nella visione di Barbacovi, potuto conseguire lo svecchiamento delle istituzioni. E in questo stesso senso va letto anche un altro problema centrale nella riflessione e nell'opera di Barbacovi, quello del rapporto tra l'autorità e i sudditi, risolto, secondo l'A., attraverso l'adesione ad un assolutismo illuminato che pone il paterno sovrano a garanzìa della felicità dei suoi sudditi, educati sul pilastro fondamentale della religione cattolica.
Chiamato nel 1774 dal vescovo Cristoforo Sizzo a difendere i diritti vescovili nei confronti del potere consolare trentino, Barbacovi potè da quel momento inserirsi direttamente nella contesa tra l'autorità vescovile e i corpi intermedi, agendo in pratica contro la sistematica e paralizzante opposizione svolta da questi gruppi nei confronti dei tentativi riformatori, come ad esempio l'introduzione del catasto promossa dal vescovo Pietro Vigilio di Thun.
L'azione riformatrice di Barbacovi culminò comunque soltanto nel 1785, con la pubblicazione in due volumi del codice giudiziario da lui redatto, la cui carica innovatrice fu tale da collocare il testo barbacoviano sulla linea dei più avanzati codici europei della sua epoca (p. 252). H problema di fondo affrontato dal codice scaturiva dalla costante preoccupazione umana e professionale del suo autore: superare gli ostacoli dati dalle antiche giurisdizioni feudali vigenti nel principato e valorizzare nel contempo la figura del giudice.
Ne derivò così un testo che sconvolgeva profondamente gli equilibri di potere esistenti (p. 322), a vantaggio del principe vescovo e a scapito del particolarismo locale. Tra gli anni '80 e '90 Barbacovi si affermò dunque come un campione di lotta contro le forze centrifughe (p. 370), e la sua carriera culminò nel 1792 con la nomina a cancelliere, la più alta dignità dell'ordinamento trentino.
Rapido fu tuttavia il declino, causato dal mutato atteggiamento nei suoi confronti del principe vescovo Thun, che lo destituì nel 1796.
Durante l'occupazione francese, Barbacovi si trasferì a Vienna; al rientro in patria, nel 1806, restò di fatto escluso dalla vita pubblica trentina, ripiegandosi così, negli ultimi anni di vita, nello studio e nella stesura dei suoi scritti.
Là parabola umana e professionale di Barbacovi, che la ricerca della Di Simone ricostruisce con precisione e chiarezza, può risultare emblematica dell'evoluzione nel rapporto tra Stato e diritto, ma anche tra potere centrale e autonomie locali, come pure tra sovrano e sudditi negli ultimi decenni del Settecento.
La sua opera, coerente con la posizione filoassolutistica precocemente assunta, mirò pragmatisticamente ad ammodernare lo Stato. Il codice barbacoviano, che di quell'opera fu indubbiamente il punto d'arrivo, ne riassume nel contempo gli strumenti e gli obiettivi: una giustizia più equa, più rapida, più semplice.
ANGELO ARA