Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Pavia. Storia. Secolo XIX
anno <1994>   pagina <417>
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Libri e periodici 417
all'intolleranza e alla superstizione religiosa, giudicate fattori di turbamento dell'ordine pubblico.
Una significativa permanenza della versione più moderata e timida della filosofia dei lumi, in ordine alla fiducia nella capacità rinnovatrice della cul­tura, è stata notata dall'A. nella tendenza della censura ad applicare difformi criteri di valutazione delle opere esaminate, a seconda che fossero indirizzate ad un pubblico colto o ad uno popolare: se nel primo caso erano accolti con sospetto od ostilità i lavori che apertamente difendevano il primato ro­mano e la supremazia dello spirituale sul temporale (tanto che il Du Pape di De Mais tre veniva proibito con la severa formula del damnatur), nel se­condo caso si tollerava la stampa e la diffusione, ad esempio, della Dottrina cristiana di Roberto Bellarmino già libro proibito nella Lombardia au­striaca settecentesca che sarebbe divenuto in breve tempo il catechismo più diffuso nelle province venete.
La ristabilita alleanza dello Stato con la Chiesa, dunque, se non impli­cava la totale sconfessione della tradizione assolutistica illuminata piegava, però, questa a scopi conservatori e paternalistici, inaridendone la dimensione critica e la progettualità riformatrice. I contenuti di molta letteratura peda­gogica veneta del trentennio suffragano tale asserzione: Berti ha constatato la propensione del potere a prediligere nel campo educativo l'uso di metodologie razionalistiche di matrice settecentesca, con l'intento di stimolare un'adesione consapevole ai principii della weltanschauung conservatrice, trasmettendo però, nel contempo, ai discenti un sapere precostituito di carattere dogmatico, dal momento che obiettivo primario dell'insegnamento elementare e medio non doveva certo essere la sollecitazione della curiosità intellettuale ma la for­mazione di un suddito docile, pervaso dall'interiorizzazione del principio di autorità (p. 478).
La risposta della società veneta all'iniziativa coercitiva e regolatrice del-Fautorità asburgica fu come detto di ben modesto profilo culturale: soprattutto per quanto concerne i due primi decenni della Restaurazione le realizzazioni e le aspirazioni del romanticismo italiano ed europeo, in lettera­tura e in filosofia, vennero o ignorate o rifiutate o travisate,, per cui è pos­sibile parlare di una naturale convergenza, sul terreno della conservazione e del formalismo classicistico, tra obiettivi della censura, da un lato, e ideali e aspettative delle classi colte, dall'altro. Tuttavia, a partire dalla metà degli anni Trenta sino alla vigilia del Quarantotto, in relazione con la positiva congiuntura economica che sia pure in forma attenuata riguardò anche il Veneto, si constata un lento avvivarsi di interesse per le discussioni sulle riforme e sullo sviluppo della società (discussioni che si agitavano, del resto, con ben diversa intensità e nettezza di posizioni in altre regioni italiane) testimoniato dall'aumento della produzione e del consumo di libri, come an­che dal diffondersi di gabinetti di lettura e di abbonamenti a riviste, non più solo di argomento letterario. Questo dinamismo, apprezzabile dal lato quantitativo (i soli manoscritti esaminati dall'Ufficio di Censura a Venezia passano da 654 nel 1824 a 1.270 nel 1840), appare modesto se si guarda all'acquisizione, da parte delle classi dirigenti e dell'elemento borghese in par­ticolare, di una meno generica visione delle tematiche legate ai processi di modernizzazione sociale e di trasformazione politica.
Alla vigilia del Quarantotto ancora non si erano affacciate all'orizzonte delle categorie più abbienti e istruite della società regionale le condizioni morali e materiali per la loro adesione attiva e consapevole ai programmi moderato e democratico, e la rivoluzione stessa si incaricò di porre in luce