Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Pavia. Storia. Secolo XIX
anno
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1994
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pagina
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423
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. Libri e periodici 423
il seggio, nel 1919 è travolto nella sconfitta della classe dirigente liberale cu-neese e nel 1924 non viene nemmeno candidato nella lista Nazionale. Morirà nel 1939, dopo aver assistito alla chiusura del suo giornale, gratificato soltanto dalla nomina a senatore nel 1929.
Alle alterne vicende della carriera politica di Galimberti contribuiscono diversi fattori, di cui i principali sono: la sua professione di fede politica; il rapporto con il massimo esponente politico della sua zona, cioè Giolitti; il legame con il suo collegio elettorale.
Innanzitutto è importante sottolineare, come emerge dalle pagine del volume, che Galimberti non è soltanto un pragmatico che mira a ricoprire un ruolo di prestigio e di potere su scala locale e nazionale, ma è impegnato a difendere un proprio progetto politico. Tale progetto è chiaro fin dal suo ingresso in Parlamento; nel corso del tempo, però, anziché confrontarsi con le trasformazioni in atto nella società e nel sistema politico, esso tende a irrigidirsi, perdendo di incisività e di mordente. Quando entra in Parlamento e per tutti gli anni Novanta Galimberti, nei confronti degli attacchi apportati da Crispi al sistema liberale, svolge il ruolo di strenuo difensore delle garanzie statutarie nella duplice dimensione di difesa delle prerogative parlamentari e difesa dei diritti civili e politici, individuali e collettivi, cioè della libertà di pensiero, di parola, di riunione, di associazione (p. 127). Appare, insomma, come un radicale, con ascendenze e profonde simpatie mazziniane, che non manca di farsi critico severo delle timidezze e delle accondiscendenze della stessa sinistra liberale, rappresentata allora da Zanardelli e da Giolitti. Ma radicale, difensore delle garanzie statutarie, ammiratore di Mazzini non vuole dire liberal-democratico. Ne sono prova alcuni comportamenti tenuti quando occupa il ministero delle Poste. Nel lungo braccio di ferro con le associazioni sindacali del pubblico impiego, lui, difensore del diritto di associazione, rinnega almeno in parte i diritti di cui si era fatto paladino, non comprendendo la rivendicazione collettiva. È Turati a mettere l'accento sul punto debole della visione politica di Galimberti, criticando la sua concezione astratta, puramente parlamentare della democrazia e la sostanziale incomprensione dell'evoluzione della società e quindi anche dei diritti da difendere. La visione del parlamentare cuneese affida alla sola classe dirigente il compito di elaborazione e di progettazione autonoma, per cui essa, come osserva l'A., tende a escludere un rapporto egualitario, sul piano della discussione, con le forme politiche e associative espresse nella società civile dalle classi subalterne (pp. 158-159). È comunque importante rilevare che le contraddizioni in cui cade Galimberti sono le stesse di gran parte della classe dirigente della sua generazione, che per formazione e per schieramento appartiene alla sinistra. Per costoro il problema che resta insoluto è il raccordo tra democrazia politica e questione sociale e a nulla vale individuare obiettivi, anche molto avanzati, da perseguire, quali, oltre all'allargamento progressivo delle garanzie giuridiche del cittadino nei confronti dell'esecutivo, il rafforzamento del ruolo del parlamento, la moralizzazione dell'amministrazione pubblica, il decentramento ecc. Come scrive Emma Mana: La difficoltà vera per un personaggio come Tancredi Galimberti difficoltà connessa alla sua formazione è quella di tradurre gli ideali della democrazia formale in programmi e realizzazioni della democrazia sostanziale [...]. È su questo terreno osserva ancora acutamente l'A. che va valutata la distanza tra i due uomini politici cuneesi Gio-litti e Galimberti che erano sembrati sovente cosi vicini nella seconda metà degli anni novanta, tanto da legittimare per il secondo l'attribuzione quasi del ruolo di " delfino "; e di fatto invece così lontani quanto a perce-