Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Pavia. Storia. Secolo XIX
anno <1994>   pagina <427>
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Libri e periodici 427
viene rilevato tra la vita pubblica e la vita intellettuale: Mi pare di aver vissuto altro che quella parte di vita che descrissi .
Incompreso dai familiari, lontano dall'atmosfera e dagli interessi allora dominanti a Trieste e allo stesso tempo incapace di abbandonare la sua città per raggiungere i grandi centri della cultura italiana del periodo, lo scrittore si trova quindi ad utilizzare la scrittura quasi come una personalissima terapia psicoanalitica che gli permetterà di esorcizzare in parte l'ansia e l'insicurezza che lo dominano.
In questo senso La coscienza di Zeno appare veramente come il culmine di una vita in cui, come scrive lo stesso Svevo, non si era fatto altro che riscrivere sempre il medesimo romanzo: gli aspetti autobiografici, le sugge­stioni freudiane, la formazione positivista e schopenhaueriana, la critica sodale si fondano qui in una sintesi matura, una analisi entomologica di una persona-Età frantumata in maniera irricomponibile.
L'indagine intorno a questa scissione feconda viene condotta, molto rigo­rosamente, facendo riferimento sia al materiale pubblicato che a fonti inedite; in particolare l'uso dell'epistolario sveviano, ottenuto attraverso controlli incro­ciati, consente una ricostruzione quasi giornaliera della vita dello scrittore nelle sue molteplici forme, eliminando le vaste zone d'ombra che ancora rimanevano.
Se la capacità descrittiva del Gatt-Ritter e la padronanza con cui utilizza il materiale proveniente dall'archivio di famiglia riescono a rappresentare det­tagliatamente le diciannove tappe che compongono il corto viaggio sentimen­tale dello scrittore giuliano, è proprio la tesi di fondo a suscitare le maggiori perplessità.
La separazione tra due personaggi, Svevo e Schmitz, inconciliabili ed in perenne opposizione, perde di vista proprio le caratteristiche che rendono questo scrittore unico nel panorama del primo novecento italiano: il suo essere bor­ghese e socialista liberale, ebreo, italiano, tedesco e mitteleuropeo al tempo stesso. Diventa comprensibile allora che si sottolineino maggiormente i legami con la cultura francese ed inglese rispetto a quella di lingua tedesca, che si valuti come fondamentale l'influsso del naturalismo zollano rispetto alle asso­nanze con l'avanguardia europea (Joyce, Kafka, Proust).
Come scrive Claudio Magris nel suo II mito asburgico nella letteratura austriaca moderna (Torino, Einaudi, 1982, p. 222) a proposito di Arthur Schnitzler, altro attento analista della finis Austriae, se l'interpretazione corrente vede nell'ironìa lo strumento per smussare l'intuizione tragica e desolata della vita occorre forse capovolgere questa interpretazione, e scoprire che [Svevo] ha descritto appunto la tragedia e il vuoto di quella dissimulazione e di quello stile di vita, e che il garbo distaccato in realtà esaspera, anziché mitigare, la disintegrazione dei sentimenti. [...] Il personaggio disintegrato riassume in sé dunque la crisi dell'impero austroungarico, riflettendone la contraddizione e la mancanza di un solido fondamento .
H distacco con cui Svevo, o Schmitz, affronta la Prima Guerra Mondiale, l'annessione all'Italia ed il successivo passaggio al regime fascista, come anche l'insuccesso che lo circondò fin quasi al termine della vita, possono trovare un significato, quindi, non tanto nella separazione schizoide della personalità, quanto nell'appartenenza intera, come borghese e come suddito imperialregio, a quel mondo che aveva appena terminato il suo declino.
Le ultime pagine della Coscienza di Zeno, con la descrizione dell'esplosione angosciosa e nichilista del pianeta, ne costituiscono la prova più coerente e conseguente.
GIOVANNI CARLETTI