Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Risorgimento. Storia del cinema. Secolo XX
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1995
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256 Libri e periodici
CESARE VETTER, Il dispotismo della libertà. Dittatura e rivoluzione dall'Illuminismo al 1849; Milano, Franco Angeli Editore, 1993, in 8, pp. 272. L. 40.000.
L'autore ripercorre in questo volume l'evoluzione della nozione di dittatura nella pubblicistica politica e storica francese dalla Rivoluzione del 1789 al colpo di Stato bonapartista del 2 dicembre 1851. Verter, mediante una ricerca condotta in particolare presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, dimostra, basandosi su una vasta documentazione analizzata con scrupolo filologico, come la parola dictature assuma, nel dibattito d'Oltralpe, una caratterizzazione prevalentemente negativa. L'uso positivo del vocabolo da parte di Marat (cui si deve la celebre formula le despotisme de la libertà pour écroser le despotisme des rois ) costituisce un'eccezione, mentre l'accusa di aspirare alla dictature risuonerà già negli attacchi a Robespierre (culminando il 9 termidoro nel grido à bas le tyran ), per rimbalzare durante la rivoluzione del 1848 così come nella Comune del 1871 da un capo all'altro dei vari schieramenti [...] fantasma agitato al fine di screditare e diffamare l'avversario (pp. 39-41).
Negli scritti di Filippo Buonarroti, invece, viene a stabilirsi un nesso tra dittatura e trasformazione della società. La prima si configura quale passaggio obbligato per superare la corruzione prodotta dalla proprietà privata e per creare una comunità rigenerata moralmente. L'orizzonte economico-sociale entro il quale si muove Buonarroti resta fondamenta Imente quello pre-industriale e la struttura portante del regime dittatoriale ha una fisionomia rigidamente settaria, affidata ad una minoranza di rivoluzionari virtuosi.
Verter non esclude che le suggestioni dittatoriali del filone babuvista-buonarrotiano, raccolte da Blanqui, siano passate nella successiva Lega di Comunisti (1847-1852), anche se Marx ed Engels a questo proposito sono sempre stati molto decisi nel negare qualsiasi rapporto di filiazione e nel rivendicare l'assoluta autonomia teorica e la piena originalità delle formulazioni sulla dittatura del proletariato (p. 98). Quest'ultima, in effetti, presuppone una teoria dello sviluppo economico e della lotta di classe, che sarebbe vano cercare nelle concezioni dittatoriali di derivazione buonarrotiana. Altrettanto inutile sarebbe voler ritrovarvi riferimenti al proletariato industriale inteso come classe universale o all'esigenza della sua organizzazione in un partito.
Vetter annuncia, in questo libro, un prossimo studio sul dibattito intomo all'idea di dittatura nel Risorgimento italiano. Fin d'ora, però, fornisce alami spunti di riflessione interessanti. Carlo Pisacane, ad esempio, pur essendo il patriota più sensibile ai richiami del socialismo europeo, è tuttavia decisamente critico verso la forma di governo dittatoriale, anche se solo temporanea e straordinaria. Ma, a parte questo caso isolato, l'autore rileva come la teoria e la pratica della dittatura abbiano, in generale, nel Risorgimento una connotazione pienamente positiva e cita una lunga serie di situazioni in cui si fece ricorso ad una simile soluzione; a Modena furono nominati dittatori Biagio Nardi nel 1831 e Luigi Carlo Farmi nel 1859, a Venezia Manin nel 1848-49. La dittatura venne conferita a Guerrazzi dall'Assemblea Legislativa Costituente toscana nel 1849. Durante -la Repubblica Romana, il Triumvirato di Mazzini, Armellini e Saffi si configura come regime dittatoriale e, del resto, l'impostazione mazziniana contempla un potere dittatoriale per guidare il popolo verso l'indipendenza, l'unificazione, la libertà e per arrivare alla convocazione di un'Assemblea Costituente. I governi provvisori dell'Italia Centrale, nel 1859, chiedono a Vittorio Emanuele II di assumere la dittatura temporanea . Con il decreto del 14 maggio 1860, Garibaldi proclama nel nome di Vittorio Emanuele re d'Italia la Dittatura di Sicilia.
Il paradosso della dittatura come pre-condizione della libertà può essere