Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Filosofia politica. Secolo XIX
anno
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1995
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pagina
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302
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Carlo Gbhaìberti
restando all'interno del disegno riformatore carlo-albertino, che pur faceva del Consiglio di Stato un organo del tutto antitetico sul piano istituzionale al Consiglio di Conferenza, rappresentante l'oligarchia ministeriale tendenzialmente conservatrice, la mancanza di un preciso e puntuale collegamento tra gli organi consultivi periferici e quelli del governo centrale, privato peraltro di ogni rappresentatività, anche limitata per la mancata sua integrazione con i consiglieri straordinari, non poteva essere davvero accettata con troppo entusiasmo dal Balbo.23* Se, poi, dal Regno di Sardegna nel quale il processo riformatore andava perfezionando e migliorando le basi dell'ordinamento statale, l'attenzione si spostava agli altri Stati della penisola, retti da regimi ancor più legati agli schemi conservatori della Restaurazione, il gradualismo di Balbo diventava ancor più cauto. E ciò per la consapevolezza che le soluzioni federali o confederali implicite nelle varie ipotesi neoguelfe, formulate per la realizzazione di una qualche forma di indipendenza italiana, vero porro unum ac neces-sarium, non avrebbero al momento lasciato altre e migliori prospettive politiche se non quelle offerte dalle monarchie consultive, visto il perdurante atteggiamento assolutistico dei sovrani.24*
a> Delle speranze d'Italia, Parigi, 1844, pp. 172 sgg. Nel testo Della monarchia rappresentativa, cit., pp. 28 sgg., poi, ribadirà come solo in una visione gradualistica sarebbe stato per lui possibile accettare l'idea della monarchia consultiva.
24> Sulle ipotesi confederali esposte dal Balbo nel libro Delle speranze d'Italia, cit., e riprese anche in altri suoi scritti, cfr. ora G. ALIBERTI, Nazione e Stato nei federalisti cattolici del Risorgimento: Balbo, Taparelli, D'Ondes Reggio, in Ricerche di storia sociale e religiosa, 1994, n. 45, pp. 127 sgg. È comunque interessante sottolineare il fatto che l'ipotesi formulata dal Balbo nel libro Delle speranze d'Italia suU'orientalizzazione dell'Impero d'Austria come compenso ed al tempo stesso come conseguenza della fine della sua egemonia in Italia, non rifletta alcuna remora di carattere etico-politico: che i popoli slavi del sud in quegli anni gli apparivano di un livello fortemente inferiore di sviluppo politico e civile rispetto alle altre nazioni europee ed alla stessa Italia. Questo livello inferiore di sviluppo era probabilmente attribuibile non soltanto alla mancanza di effettivi ordinamenti costituzionali ed alla palese incapacità di realizzarli, ma anche alla carenza in essi di una coscienza liberale. Dopo tutto la stessa costituzione serba del 1838, del popolo che più di ogni altro tra gli slavi del Sud sembrava avere una maggiore cultura dello Stato e soprattutto una più forte vocazione indipendentistica maturata nelle lunghissime lotte sostenute contro l'oppressione turca, non era in alcun modo paragonabile a quelle dell'Occidente liberale alle quali andava l'attenzione e l'interesse di Balbo. Cfr, su questo testo C. GHISALBERTI, Sulle esperienze costituzionali dei popoli danubiano-balcanici nell'Ottocento. Sputili per una riflessione, in Studi Balcanici pubblicati in occasione del VI Congresso internazionale dell'Association Internationale d'Etudes Sud-Est Europe'ennes (AIESEE), Sofia, 30 agosto-5 settembre 1989, a cura di F. GUIDA e L. VALMARIN, Roma, 1989, oltre, naturalmente, A. TAMBORRA, L'Europa centro-orientale nei secoli XIX-XX (1900-1920), parte I, pp. 109 sgg., in Storia universale, diretta da E. PONTIERI, Milano, 1973. È comunque assai probabile che sulla visione del Balbo del destino egemonico austriaco nei Balcani abbia influito in qualche misura il ricordo, a lui piuttosto sgradito, della permanenza nel 1811 nelle Province