Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Filosofia politica. Secolo XIX
anno <1995>   pagina <303>
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Balbo e la Monarchia rappresentativa 303
Il 1848, con l'avvio del biennio terribile, modificò l'intero quadro politico nella penisola e, quindi, rese possibile al Balbo un approccio di­verso alla problematica costituzionale, ponendo l'ideale monarchico rappre­sentativo del quale si era sempre nutrito al centro della sua riflessione sul destino della nazione. Anzitutto fu l'emanazione dello Statuto, da parte di Carlo Alberto, sospinto, come gli altri sovrani italiani, dalle istanze popolari in favore delle costituzioni, a chiudere per sempre il ca­pitolo, durato fin troppo lungamente, della monarchia consultiva ed a rendere del tutto superflua la convocazione in extremis del Consiglio di Stato integrato con l'aggiunta dei membri straordinari. Poi fu la nomina, dopo il lungamente atteso rientro nella vita pubblica, a presidente del Consiglio del primo governo costituzionale, dopo aver adempiuto all'inca­rico, estremamente difficile ed oggetto di qualche contestazione, dell'ap­prontamento della legge elettorale per la Camera dei Deputati, il famoso editto che passò alla storia col suo nome. Quindi furono le delusioni per le sortì della guerra che non toccò a lui dirigere fino alla fine anche per la caduta del suo ministero a causa delle polemiche sui metodi per la fusione del Piemonte con la Lombardia, delusioni destinate a som­marsi alle altre per l'abbandono del fronte antiaustriaco da parte dei principi e per la fine traumatizzante delle speranze neoguelfe per l'atteg­giamento di Pio IX, manifestato con l'allocuzione del 29 aprile.
L'esperienza vissuta nei mesi tra la concessione dello Statuto da parte del re e la guida del primo governo costituzionale fu l'occasione che gli servì a meglio precisare il suo pensiero su due problemi della massima importanza nella vita di uno Stato. In primo luogo, quello della forma­zione della rappresentanza politica mediante una legge elettorale, a suo giudizio, sempre imperfetta rispetto a modelli normativi astratti, ma tut­tavia legata alle condizioni della società e del popolo ai quali era desti­nata e, pertanto, relativamente buona ed adatta alle necessità. Da questo punto di vista, come buone ed adatte alle necessità, anche se davvero non ottime, apparivano quella francese del 1831 e l'inglese del 1832, pur da molti criticate; anche l'editto che portava il suo nome, fondato sul collegio uninominale a suffragio ristretto e con doppio turno di elezione gli sembrava adatto al Regno di Sardegna e per certi aspetti migliore dell'archetipo francese dal quale era stato imitato. Secondariamente, poi, quello di una Costituente sulla quale fondare le basi dell'unione tra il
Illiriche, a Lubiana, città nella quale visse, inviatovi come giovane funzionario napo­leonico .per un anno in una solitudine peggiore che nel deserto ed in condizioni assai poco allettanti. Su ciò vedi adesso B. MARUSIC, Cesare Balbo v Ljubljani, in Zgodpvinski Casopis, a. 45 (1991), n. 2, pp. 211 sgg.
25) Una recente attenta bibliografia sull'Editto Balbo nel voi. Le grandi leggi elettorali italiane, a cura di M. D'ADDIO, C. GHISALBERTI, F. LANCHESTER, G. NE­GRI, F. PERFETTI, F. SOFIA, L. TENTONI, Roma, 1994, pp. 379 sgg.