Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Giuseppe Mazzini. Epistolari
anno <1995>   pagina <315>
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Lettere di Mazzini a G. Sidoli
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fuoco, ciò che mi annoia. In quanto alle possibilità, intorno a cui ho fatto motto, stiamo attendendo ancora l'arrivo di MontebeIlo4) che, si dice, ha qualche richiesta da fare, che forse mi concerne. Checché ne sia, io non abbandonerò la Svizzera senza mia volontà, intendo dire che vi sto sicuro. Bisogna che ti dica, prima che lo dimentichi, che il me­dico Borelli5) è morto a Marsiglia di cholèra.
Io dovrei dunque comporre un'Istoria, una grand'opera, assai grave, assai difficile, assai erudita. Ciò, senza far calcolo degli ostacoli mate­riali, assenza completa di libri, impossibilità di procurarsene, esistenza, per così dire, di contrabbando e per conseguenza impossibilità di sfo­gliare a suo piacere nelle biblioteche, mancanza di mezzi etc, colle mie passioni, le mie inquietudini, le mie disgrazie incarnite, il mio disgusto della vita, la mia sete di te, del mio paese, la mia indignazione, il mio desiderio di azione, i miei inganni, i miei sogni, il mio dolore e le mie lagrime! Conosci tu Sismondi? eh bene! Il tuo Sismondi è assai grasso, assai piccolo, assai tranquillo, assai freddo, bene alloggiato, bene accarezzato da tutta l'aristocrazia ginevrina che gli fa scrivere delle scioc­chezze sulla fine de* suoi giorni: ecco un istorico. Quest'uomo non si è trovato mai in una lotta morale o materiale. Quest'uomo ha visto le tempeste dalla sua fenestra. Quest'uomo ha una patria presso a poco fe­lice, una buona biblioteca e niuna sventura. Egli ha studiato per qua­ranta anni, ammassato conoscenze positive spaventevoli; niun pensiero sintetico, niuna vista d'insieme, di unità, d'avvenire che lo turbi ne' suoi studi; egli6) dice quel che ha visto, trovato o imaginato e lo dice meravigliosamente bene. Egli analizza la cause immediate dei fatti che racconta, ecco tutto. Io incapace del tutto, come mi riconosco, di fare una istoria come le sue, ne concepisco però delle migliori; non vorrei fare che quelle, non potendolo, me ne lavo le mani. Io non posso, né voglio aspirare alla gloria: non ho questa mania e tu mi rendi forse questa giustizia. Uomo di convinzioni profondamente radicate, credo me­glio seguire la via più utile di quello che la più brillante. Ora, nello stato attuale delle cose, credo che la stampa periodica è la sola utile, la sola potente per la realizzazione di quel che io credo buono. Si leg­gono molto i giornali e poco o nulla i grossi libri. A fronte di dieci o venti intelligenze, che leggono, meditano, criticano o ammirano, stanno duecento, trecento intelligenze inferiori, che ricevono la più piccola idea che gli communica un giornale. Popolarizzare la scienza è l'officio che nell'attualità io vorrei imporre a tutti quelli che pretendono amare il popolo. È per questo che, se io stessi tranquillo e bene ciò che non può essere e se avessi un millione da spendere, fonderei venti giornali e non comprerei un solo7* documento storico. Sospetto nel tuo consiglio una idea lontana di occuparmi, di pormi d'innanzi un grande scopo di lavoro, di assorbirmi, di materializzare il mio cuore a forza di far agire la mia testa. Tu mi credi uomo per ciò. Disingannati, è strano forse, ma lo scrivere o il non scrivere non ha che far nulla