Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Giuseppe Mazzini. Epistolari
anno
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1995
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pagina
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316
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316 Lajos Pàsztor
col cuor mio. Quando tu vedevi qualche cosa, che assomigliava all'entusiasmo in alcune delle mie pagine, dicevi a te e a me: eccoti assai esaltato, dimentico di tutto fuori del tuo soggetto. Tu t'ingannavi, ma su questo punto ho rinunciato8) all'essere compreso, non mi comprendo io stesso. Solo ho formulato spesso la mia maniera di essere dicendo che, se io mi decideva9) al suicidio, mi sarei dato dieci giorni di tempo per scrivere con degli ordini sovra un foglio tutto quello che io credo buono per l'avvenire della mia patria e poi, ne sono certo, mi ucciderei al termine de' dieci giorni. In tutto il tempo della mia vita non ho mai provato un istante di gioia per elogi che mi siano stati fatti per quel che ho scritto. Ho provato assai spesso gioia e felicità accanto a te: gioia alle tue minime follie, al tuo più piccolo sorriso, felicità alla minima prova del tuo amore, nel tenere la mia testa sulle tue ginocchia, nel pensare che io era accanto a te e tu mi amavi, qualche volta anche nel solo pensare che tu mi amavi. Io sono fatto così. Diseredato dei beni sorgenti di piacere individuale che appartengono agli uomini, vivente nel cuore, ma sempre disgraziato.
Tu conosci i miei voti, i miei sogni, le mie idee, supponi che tutto mi fosse riuscito bene, supponi che un istante avesse concentrato in se tutta una vita; che gli uomini, che adorano l'effetto e non l'idea, mi avessero salutato colle loro stolte acclamazioni. Credi tu che io mi sarei fermato un sol momento a contemplare il mio10) incarico compiuto? Credi tu che io non sarei tosto fuggiton) per venirti a cercare, per chiederti una carezza, un poco di felicità? Se tu non lo credi, io ti sono sconosciuto. Se lo credi, che mi parli tu di divenire profondo istorico alla Sismondi? Ti ho annoiato, come tu vedi. È perché ciò toccava una corda che spesso in me è vibrata, dolorosamente vibrata. È perché ciò sembra-vami rannodarsi con qualcuna delle13) idee sul mio conto, che mi hanno fatto del male e me lo fanno ancora ogni qualvolta mi tocca scrivere due linee per un giornale, due linee assai anonime che il popolo di qui attribuisce ad un istitutore di villaggio, due linee che pure farebbero dire a te: eccoti una sorgente ài vita. Oggi sono serio, più serio di quel che ero nello scrivere l'ultima. Mi sento disposto a divenire malinconico, ma io t'amo, sento di amarti con una tenerezza così profonda che niun essere ha potuto14) o potrà averla simile. La tua lettera, benché corta e seria, mi è carissima. Quattro o cinque linee mi hanno fatto piangere. Mia povera Giuditta, amami, ricevi anche un poco di bene dal mio amore e conservati se non a me, almeno al mio amore e alla mia vita che ha bisogno di saperti là e di credere a un pensiero d'amore per parte tua. Addio.
D La lettera, datata al 17 set*. 1835, è ed. da I. RINIEKI, Carteggio, cit., in Il Risorgimento Italiano. XI-XII (1918-1919), pp. 408-409.
ms. segue piuttosto, depennato.
*> ms. segue un esigilo, corretto in una rilegazione .