Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Giuseppe Mazzini. Epistolari
anno <1995>   pagina <328>
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Lajos Pesitar
per non lasciarla mai più. Vi sono state grandi dissensioni fra noi, molte cose mal'intese, molti dolori dati e ricevuti, pure tu mi sei stata sempre cara, mai ho cessato di amarti. Vi è nella tua anima qualche cosa che risponde profondamente alla mia, credilo, nel mio cuore hanno vibrato per te corde, che non si erano mai mosse, per te sola; niun essere al mondo ha potuto farmi provare gioie e dolori così profondi, e vuoi che lo dimentichi? Mi domandi se mil) sei sempre cara? Qual­che, qualche te ne dasse dubbio, mandami un foglio bianco col tuo nome sopra, niente altro che il tuo nome, e sii certa che il tuo nome solo basterà per togliermi dal letargo che s'impadronisce di me. Sì, tu sei ancora e sarai la mia Giuditta. Ti amo, voglio il tuo amore, ho bisogno del tuo amore. Assai volte io mi sono detto: voglio amarla sen2a dirglielo, assai volte mi sono martirizzato con idee assai melanco­niche, poi non ho potuto mantenere la mia promessa. Ho sentito in me cose che mi forzava a dirti: io t'amo, sii sempre la mia Giuditta. E3) vuoi che io ti dimentichi quando temo di perderti? Abbi fede in me, come io l'ho, come voglio averla in te. Oggi mai il nostro amore è la sola cosa che ci attenga al mondo. Non possono rapirlo. Guardiamolo come la nostra cosa sacra: egli4) sia la nostra stella, che almeno i no­stri pensieri s'incontrino, che ad ogni prova l'uno cerchi dell'altro, si­curo di rinvenirlo. Il mio non ti abbandonerà mai. Te lo dico ora cal­mato e in una impressione di felicità che solo può venirmi dalle tue lettere. Da qui a non so quanto forse sarò triste, irritato, maledetto, ma so che in ogni modo mai il mio pensiero ti lascierà. Dimmi che io posso dire altrettanto di te, ovvero non dirmi nulla. Le tue lettere di oggi non me lo dicono forse? Mia povera e cara, cara Giuditta, non essere inquieta per quel che io ti ho detto intorno a quel viaggio che potei credere probabile. Ti ho già detto che non è nulla: tu resti, io resto. Finché potrò non mi allontanerò da te ed allontanarmi intendo cambiar soggiorno, non avere più d'innanzi le Alpi, che riguardo come un muro fra noi, e che anche separandoci parmi cosa che fissi meglio il mio pensiero ed il mio sguardo su te. Occorrerebbe un dovere assai imponente, occorrerebbe una forte speranza di ravvicinarmi a te per al­lontanarmene. E la tua preghiera è sempre là, quella preghiera che non dimentico e non posso dimenticare, poiché io mi devo a te, io ti amo e ti sti[mo] molto, al di sopra di tutti i miei compatriotti, e per sor­montare ciò occorerebbe un timore di più, qualche cosa assai imperiosa. Se ciò avvenisse, e presentemente non ve n'è apparenza, è a te che io mi rivolgerò, ti dirò: mia Giuditta bisogna farlo, credilo e proteggimi con uno dei tuoi pensieri di amore. Ovvero occorrerebbe la tua per­dita, vale a dire una decisione funesta, un danno materiale, reale. Ma anche allora, te l'ho già detto, la tua preghiera non mi lascierà, ma io sarei solo, troppo5* disgraziato, io cederò assai più facilmente alla prima circostanza, al primo sogno che avesse le apparenze della verità; io non avrò forse bastante forza e sangue per scrutarlo nel fondo. E frattanto