Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Giuseppe Mazzini. Epistolari
anno
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1995
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pagina
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354
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354 Lajos Thztor
ciò che la Francia è per molti regina d'incivilimento, di sviluppo europeo. In uno de' miei primi scritti ho detto che la parola dell'unità morale europea non può muovere che da Roma e questa missione italiana io l'ho trovata da giovine nel mio cuore, poi nella storia, ne' due uniti tentativi d'unità morale europea, esciti tutti e due dall'Italia, tentativo romano colla conquista e tentativo papale colla fede e colla parola. Ho vagheggiato una terza Roma, la Roma del popolo italiano. E se tu vorrai riandare le mie opinioni e la mia vita, le troverai tutte commento di quell'idea. Oggi ancora quel poco che mi accade scrivere e che irrita i politici francesi, tende a sancire, con una credenza filosofica e storica, che un'epoca è finita e che la rivoluzione francese, considerata in oggi come un programma, non è che una conclusione, un compendio, che falsa è quindi l'opinione della iniziativa permanente francese, che anzi quell'iniziativa è finita, che v'è un vuoto nello sviluppo dell 'incivilimento europeo, etc. etc. Così scrivendo e parlando di quell'umanità, che t'ha fatto tante volte nemica, io penso pur sempre all'Italia, ma questi in me e cogli elementi, che s'hanno attorno, son sogni e, se io te ne accenno così alla sfuggita, è come ti direi l'anima mia, se potessi scriverla e perché non ho che te al mondo, da cui vorrei essere conosciuto e, per non so quale necessità, d'espandermi in te che io risento anche più vivamente, dacché, come t'ho detto, mi pare d'esser quasi alla vigilia d'una seconda separazione da te. Ma tornando a Dante. Egli pensava piuttosto di fare italiano l'Impero, che non imperiale l'Italia, e questa frase che, mi pare, contenga la vita di Dante e che così pochi tra noi intenderebbero, tu sei tale per intelletto da intenderla. L'Impero allora aspirava ad esercitare un'autorità su tutti i paesi, autorità che non veniva se non dal titolo e dalle memorie romane. E Dante in un luogo del suo Convito, dopo aver detto che all'imperatore dovea ubbidire tutto il genere umano, dichiara che l'imperio spettava agli italiani per più ragioni che ei dice e che ora non ricordo, ma tra l'altro so che ei pone una legge superiore, so ch'ei dice: Iddio quello elesse a quell'ufficio e che, se Roma ebbe imperio, non fu per la forza, ma per provvidenza divina. Da queste poche cose, mi par, tu possa giudicar Dante e l'anima sua: tutte le opere sue mirano a quello scopo, il suo libro della Monarchia, che respinge pel modo enimmatico, scolastico, teologico in che è scritto, ma che cela forse più che altri non v'ha veduto; poi i suoi lavori per fondare la lingua italiana nazionale, per rovinare tutti i dialetti, perché capiva, che senza lingua non v'è nazione e che il giorno in cui tutti gl'italiani parlassero una lingua sola, l'unità nazionale sarebbe fondata. E, se il suo concetto fu tale, pensa che sciagura di più gli recasse un concetto che percorreva di tanti secoli la realità, un concetto che nessuno da lui in fuori intendeva. Tutte le infelicità morali e materiali si concentrarono su Dante, bensì credo che egli fosse anche dominato da un bisogno potentissimo di gloria e che ei fosse certo nell'anima, che