Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Spagna. Giuseppe Garibaldi. Epistolari
anno
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1995
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pagina
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385
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LIBRI E PERIODICI
UMBERTO LEVRA, Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento; Torino, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato di Torino, 1992, in 8, pp. 464XV. L. 50.000.
Nel 1895 Vittorio Bersezio, concludendo una ampia ricostruzione della storia italiana tra il 1848 ed il 1878, esaltava l'importanza dell'impresa realizzata con l'unità politica della penisola. L'Italia egli affermava in questo periodo di trent'anni ebbe a compiere una grande opera, che costituirà una grande conquista per tutta la storia del genere umano. La resurrezione della nostra patria ha conchiuso due fatti importantissimi per tutto il mondo: la costituzione di una nazionalità e la cessazione del potere temporale del papa . Impresa di importanza mondiale, dunque, il nostro Risorgimento per il giornalista piemontese, che rievocava il gran Gioberti auspicando una imminente elevazione da plebe a popolo delle classi inferiori. Fatta l'Italia, bisognava fare gli italiani (qui era citato, ovviamente, d'Azeglio). A questo scopo dovevano concorrere tutti: governanti, magistrati, maestri, padri di famiglia. Deplorevoli vicende avevano provato che quest'opera era ancora lontana dall'essere compiuta.
Luci ed ombre, quindi, nel giudizio su un'Italia che, nata in un rapido succedersi di eventi dalla rovina degli Stati regionali, era immediatamente assurta al rango di grande potenza. Lo aveva sottolineato pochi anni prima (nel '92) un altro storico, il meridionale Nicola Nisco, instaurando a nostro favore un paragone con Francia, Inghilterra, Germania, che avevano durato secoli a raggiungere l'unità nazionale. Una crescita, quella italiana, forse troppo improvvisa, che aveva lasciati insoluti gravi problemi e faceva temere nel giovane regno una debolezza nascosta, di cui doveva farsi carico la classe dirigente.
Bersezio e Nisco sono due dei molti che nello scorcio dell'Ottocento riesaminarono le vicende dell'unificazione nazionale con l'intento di contribuire al rafforzamento dello spirito patriottico. Proprio sulla partecipazione degli intellettuali, in particolare degli storici, alla organizzazione del consenso in favore dello Stato unitario ha portato la sua attenzione Umberto Levra, che ha messo a fuoco con estrema perizia i delicati rapporti tra cultura e potere nell'Italia di fine Ottocento, tra una cultura che vuole essere espressione delle idee-forza della società civile ed un potere che desidera legittimarsi con l'affermazione della validità delle sue origini. L'impegno della storiografia è un momento non secondario dello sforzo imponente dopo l'unificazione di amalgamare gli italiani, per porre rimedio all'avvertita fragilità dell'egemonia borghese, per stimolare una più larga e solida adesione al nuovo assetto realizzato con la proclamazione del regno d'Italia, tanto più dopo la scomparsa di Vittorio Emanuele II, simbolo e garante agli occhi di molti di tale unità, motore e suprema sintesi, unico punto di equilibrio possibile tra istanze diverse del Risorgimento nazionale .
E dalla morte del sovrano nel gennaio 1878 Levra prende le mosse, met-
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