Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Sicilia. Risorgimento. Emilia Morelli
anno <1995>   pagina <464>
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Massimo Ganci
Nello stesso tempo lo scontro tra Domenico Caracciolo, il viceré vol­terriano e riformista e il tradizionalista marchese di Villabianca, difensore della centralità politica del Parlamento del Regno, nonché degli antichi privilegi dì questo e dell'autonomia dell'isola, nella dialettica che lo carat­terizza, costituisce il sintomo della coscienza nazionale siciliana; men­tre, sulla sponda opposta, la filosofia e l'azione di Francesco Paolo di Blasi che lasciò la testa sotto la mannaia attesta la presenza, sia pure minoritaria, di un nucleo giacobino di opposizione, sostenitore di un'avanguardista coscienza sociale a parametro internazionale.
La repressione borbonica del 1816, che annientò il Regno costituzio­nale di Sicilia, sorto tra il 1811 e il 1812, auspice e protettore Lord William Bentinck, alimentò il fuoco delle correnti ideologiche e politiche che, dopo la parentesi separatistica del 1820-21 (si veda il saggio di Nino Cortese sull'argomento), cominciarono ad incanalarsi nell'alveo della più ampia problematica della questione italica , attestata dalla circolazione nell'isola dei testi di Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni e della filosofia di Romagnosi e di Gioberti. Nel 1839 esce anonimo il Catechismo poli­tico siciliano di Michele Amari e del marchese Ruffo che, insieme con l'autonomia da Napoli, propone la federazione italiana . È l'anticipa­zione del '48 che riprenderà il federalismo di Ferrari risalendo fino a Cattaneo. Anche se queste teorie politiche non acquietavano l'ansia di Mazzini, secondo il quale la Sicilia in armi, con la rivoluzione del 12 gen­naio, aveva turbato il quieto ed ordinato Risorgimento . Affermazione contraddetta, dopo la riconquista dell'isola da parte del principe Filangieri di Satriano (l'idolo di don Ippolito di Laurentano, uno dei personaggi più grotteschi dei Vecchi e i giovani di Pirandello), dalla massa di esuli che, tra il '48 e il '60, lascia la Sicilia per Malta, Firenze, Torino, Parigi e Londra; nonché, nello stesso periodo, dalle congiure sviluppatesi all'interno dell'isola, da quella di Nicolò Garzilli a quella di Spinuzza.
La conclusione del Di Carlo fu caratterizzata dalla più tradizionale reto­rica: l'impresa garibaldina e l'annessione alla penisola in unico Stato [...] debbono essere celebrati con sincero sentimento di gratitudine e di omaggio alla generazione che tanto fece per riunirci alla restante Italia in un regime comune di libere istituzioni .
Nessun cenno alla questione meridionale e tanto meno al rilancio dell'autonomismo.
Di ben diverso taglio fu la relazione di Virgilio Titone, dedicata alla Sicilia prima dell'Unità .
Per Titone il Risorgimento in Sicilia non può considerarsi se non come la storia della Sicilia e quindi del popolo siciliano, borbonico e antiborbonico, nel Risorgimento .
Con un certo compiacimento Titone richiamò in apertura il giudizio di Vittorio Emanuele II sui napoletani considerati come una canaglia e