Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Sicilia. Risorgimento. Emilia Morelli
anno <1995>   pagina <465>
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E. Morelli e la storiografia siciliana 465
quello del marchese di Villamarina che, descrivendo la città, testualmente affermava: ici il n'y a pas que làcheté . Quanto alla Sicilia, l'anarchi­smo vi era saldamente radicato e l'autorità era solo sopraffazione contro la quale era lecito ribellarsi: in città contro i birri e in campagna contro il signore locale.
Lo Stato si manifestava, dunque, solo attraverso la polizia, mentre l'ordine sociale aveva una struttura tribale.
Quanto alle rivolte, anche quella del 4 aprile tanto glorificata, il Ti-tone la presenta come il risultato di un'alleanza tra giovanetti aristocra­tici e il padre Ottavio Lanza, di antica e nobile famiglia: la nobiltà non considerava dignitoso scendere personalmente in piazza questo era com­pito della plebe per cui si limitò a fornire il denaro necessario a pagare le squadre, di ceto inferiore. Francesco Riso era un fontaniere , oggi lo definiremmo un idraulico, che sapeva leggere e scrivere, cosa che apriva un abisso tra lui stesso e i suoi operai. L'anello di mediazione tra città e campagna era assicurato da un particolare ceto intermedio, guidato da personalità forti , come Salvatore La Placa. Queste assolda­vano le squadre i cui capi erano forniti dalla mafia del contado. Tale ceto e le stesse personalità emergenti si trovano anche nella parte avversa a quella liberale; nel '62 sono inquadrati nell'organizzazione criminale dei pugna­latoli dì Palermo , veri killer che uccidevano su commissione. Per questo motivo, nel '48, gli aristocratici, contro le squadre rivoluzionarie, assolda­rono squadre controrivoluzionarie. Dal romanzo di Salvatore Marinino, I pugnalatoti di Palermo, Palermo, s.d., il Titone riporta: Quella massa bestiale è il cuore e la potenza materiale di una rivoluzione . E, ancora da Titone: [...] il processo unitario [...] deve considerarsi come la sconfitta di un paese moralmente e socialmente inferiore [...] dinanzi alla vittoriosa avanzata di un altro paese con diversa e più matura formazione politica e soprattutto forte di una ben diversa e gagliarda energia morale . Questo paese era il Piemonte con il suo esercito che non scappa, la burocrazia che non si lascia corrompere, la polizia non formata da gente moralmente inferiore [...]. Di qui la concordia di giudizio, severo sulle popolazioni protagoniste delle sommosse; mentre la questione morale viene ridotta dallo stesso Titone ad una serie di sciocche recriminazioni contro il nord .
La seconda parte della relazione Titone era più costruttiva: essa pre­sentava, infatti, il Regno di Sicilia in una luce di modernità. Costituzional­mente esso era organizzato in una unione personale delle due Corone (di Napoli e di Sicilia ben distinte l'una dall'altra) che risolveva il rapporto tra la parte costituzionale e quella insulare del Regno, nella persona del­l'unico sovrano. Questa unione era sostenuta da una legislazione efficiente e da una amministrazione funzionale.
La Sicilia era retta da un luogotenente affiancato da un governo ( Consiglio di luogotenenza ) che sovraintendeva ali 'amministrazione at­traverso intendenze . La funzione giudiziaria era esercitata dalla Gran