Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Sicilia. Risorgimento. Emilia Morelli
anno
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1995
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pagina
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469
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E. Morelli e la storiografia siciliana 469
stato maggiore dei più ricchi, un tipo tra il cliente, il confidente e lo sparafucile . Il giudizio di De Cesare è condiviso da Titone.
A calare a Palermo e a scendere in strada per battersi è la plebe rurale dei dintorni della città insieme a quella urbana e a qualche intellettuale. Secondo Bandi, almeno, ripreso da Titone. Solo il comportamento coraggioso di Garibaldi che temerariamente si espose al fuoco uscendone illeso persuase, con la sua presa taumaturgica, la folla composita della sopravvenuta fine dei Borboni e dell'opportunità di battersi in una partita già vinta.
Sulle squadre rurali Titone continua a martellare: per lui queste erano pronte a disperdersi, quando non vedevano il nemico disposto a fuggire ; in lui era radicata l'incomprensione della guerra per bande dalla tecnica della guerriglia attuata in Vandea e in Spagna da formazioni che non erano certo progressiste, ma assai vicine, tutto sommato, alle sue idee. La conclusione della sua analisi è, però, piena di riflessioni obiettive sulla nuova società, che richiamano non solo Turiello, ma anche Fortunato e Salvemini.
Dopo il '60 non nacque una nuova società e, tanto meno, una classe politica. Ci fu un rimescolamento che dette vita ad uno strato non valutabile positivamente, formato da vittime più o meno fasulle del regime borbonico, da letterati, semiletterati, soprattutto da legulei; strato che non può essere considerato liberale, ma che continuava ad esprimere il vecchio mondo feudale. Sia il mito di Garibaldi che la realtà di Vittorio Emanuele e di Cavour rimasero estranei alla realtà. Garibaldi, che Titone considera il più acuto e profondo uomo politico del Risorgimento, se ne rese conto e ne prese atto.
L'annessione rivelò il volto insospettabile di una Sicilia nello stesso tempo e negli stessi uomini garibaldina e borbonica . Conclusione paradossale e affascinante che esplose letteralmente nel Congresso, provocando reazioni antitetiche.
Intervenne per primo Gaspare Ambrosini, siciliano nato a Favara, paese dell'agrigentino, allora giudice della Corte Costituzionale ne sarebbe di li a qualche anno divenuto Presidente il quale con molto equilibrio, ma con decisione, rivendicò l'italianità e l'unitarismo del Risorgimento; seguì Alberto M. Ghisalberti che interpretò la relazione non in senso filoborbonico e tanto meno in chiave denigrativa della società siciliana passata e presente, ma soltanto di massima obiettività aliena da ogni agiografia. Duro e piuttosto superficiale fu l'intervento di Emanuele Flora, fratello del noto italianista che rimproverò il relatore di aver passato il segno e fatto agiografia al rovescio e concluse con un anatema rivolto ai Borboni; tutto poteva ammettersi, ma i Borboni... no! e giù con le solite accuse, negazione di Dio ecc.